Ride

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Correre obbedire combattere

Già da qualche tempo ci sono due cineasti italiani, sebbene con l’occhio puntato sul cinema di genere e sulle modalità produttive d’oltreoceano, tra i protagonisti dell’action, del thriller e di altri popolari filoni contemporanei. Trattasi di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, noti anche come Fabio & Fabio: abbiamo seguito con interesse la loro ricerca sin dai primi corti, una prima conferma del loro talento visivo e narrativo ci è arrivata dal tostissimo lungometraggio Mine ed ora, grazie a Ride, un altro spicchio del loro metodo e dei così particolari orizzonti creativi ci si sta rivelando. Cominciamo col dire che in questo nuovo lungometraggio, come in un precedente lavoro intitolato True Love e diretto da Enrico Nasino, il duo lombardo si è “limitato” a scrivere, produrre e curare la supervisione artistica del film, affidandone invece la regia all’emergente (per via dei tanti videoclip di successo) Jacopo Rondinelli. Scelta di per sé azzeccatissima: l’altro talento milanese ha saputo assicurare un linguaggio ancora più secco, spigliato, ipercinetico ad un progetto cinematografico che, per quanto concerne quel mix spregiudicato e stratificato di generi, conserva al contrario un’impronta facilmente riconducibile ai due autori; l’impronta cioè di un cinema d’intrattenimento a costo relativamente basso ma curato in ogni dettaglio, dotato di qualche implicazione insolitamente profonda ed alquanto camaleontico nelle sue manifestazioni esteriori, epidermiche.

Le premesse sono in questo caso ancora più emblematiche. La presentazione dei due atletici protagonisti, Kyle (Ludovic Hughes) e Max (un Lorenzo Richelmy decisamente a suo agio con la lingua inglese), viene subito intervallata da svariate immagini di repertorio (e non) che rimandano al parkour, alle acrobazie in bici, fino a quelle vertiginose arrampicate su grattacieli e strutture post-industriali di vario tipo che nel sottoscritto generano inevitabilmente una forte acrofobia (del resto un giovane specialista cinese, non molti mesi fa, ci ha lasciato le penne precipitando giù per parecchie decine di piani). Le sfide estreme e il loro rilancio sempre più frequente sui social media rappresentano inequivocabilmente il brodo di coltura da cui ha origine il plot.
Lo staff di creativi che ha portato alla realizzazione di Ride (i già menzionati Fabio & Fabio sono stati coadiuvati, per lo script, dal Marco Sani di Addio fottuti musi verdi) si è voluto quasi conseguentemente concentrare sulle tante follie della comunicazione attraverso i social, sulla promessa di lauti guadagni per i soggetti più spericolati, sulla latente disumanizzazione e sulle altre trappole che un simile business può astutamente celare. Il risultato è un film adrenalinico, che presenta però non pochi spunti di riflessione, sia sull’evolversi del linguaggio audiovisivo che in merito a certe criticità della società in cui viviamo, intimamente così fragile e vulnerabile in quanto dominata dall’apparenza.

Nella parte iniziale del film, per certi versi la meno incisiva, lo spettatore viene informato (forse troppo) rapidamente sui problemi famigliari di Kyle e sulla condotta sregolata del suo amico Max, che si è da poco ficcato in un grossissimo guaio. Tali difficoltà saranno di sprone ad entrambi, allorché si tratterà di accettare o meno la misteriosa (ma ampiamente remunerativa) sfida proposta loro da un enigmatico gruppo denominato Black Babylon, la cui presenza sul web non risulta tracciabile. Primissima parte ambientata in America, quindi, mentre il fatto che i protagonisti vengano addirittura rapiti per essere portati sul luogo della gara propizia uno spostamento dell’azione dal Nuovo al Vecchio Continente, in una non meglio precisata cornice alpina.
Qui ha inizio una competizione di downhill durissima, senza esclusione di colpi, coi due amici costretti persino a mollare temporaneamente le attrezzatissime bici da cross pur di fronteggiare feroci avversari ed affrontare così una spietata lotta per la sopravvivenza, compiacendo ulteriormente il voyeurismo malato di chi li sta riprendendo. Alle vertiginose scene girate con Go Pro, agli stilemi del film sportivo spinti verso orizzonti estremi, vengono così a sovrapporsi altre frange di un immaginario cinematografico impostato su vari fronti: dalla barbarica e materica intensità di certe produzioni anni ’80 (vedi il look spaventoso e aggressivo di uno dei cattivi) fino a quelle pellicole di David Fincher dalla trama labirintica, in cui la prospettiva spettatoriale subisce continui ribaltamenti; dai classici retroscena orwelliani che nel cinema hanno già dato vita a svariate distopie, fino ai territori di frontiera del complottismo contemporaneo. Un intrattenimento ingegnoso, insomma, che a riprese spettacolari sa unire un sostrato decisamente attuale, la cui matrice paranoica deriva dalle tare più o meno evidenti del mondo dell’informazione e degli altri canali che usiamo oggigiorno per comunicare.

Stefano Coccia