Ride

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7.0 Awesome
  • voto 7

Arriva la bomba d’acqua

Avrebbe dovuto firmare la regia dell’adattamento cinematografico della graphic novel di Zerocalcare La profezia dell’armadillo, passato poi nelle mani di Emanuele Scaringi. Quello per Valerio Mastandrea sarebbe stato di fatto l’esordio alla regia sulla lunga distanza dopo un’esperienza sulla breve nel 2005 con il cortometraggio Trevirgolaottantasette. Quel progetto non andato a buon fine non ha però impedito all’attore capitolino di portare a termine un obiettivo che probabilmente si era prefissato da tempo, coltivandolo da anni tra un impegno e l’altro come attore, che magari i giorni trascorsi sul set di Non essere cattivo al fianco del compianto Claudio Caligari hanno alimentato sempre di più. Evidentemente il passaggio dietro la macchina da presa per lui era diventata un’esigenza talmente forte che non poteva più attendere. Ed è proprio da quest’esigenza che è nata Ride, un’opera prima assolutamente personale, nella quale Mastandrea ha potuto mettere se stesso sin dalla fase di scrittura.
Presentata nel concorso della 36esima edizione del Torino Film Festival a meno di 48 ore dall’uscita nelle sale con 01 Distribution, la pellicola racconta la storia di Carolina, una donna che ha da poco perso il marito. Siamo in una domenica di maggio e a casa della donna si contano le ore. Il giorno successivo bisognerà aderire pubblicamente alla commozione collettiva che ha travolto una piccola comunità sul mare: se n’è andato Mauro Secondari, un giovane operaio caduto in fabbrica. E da quando è successo la sua compagna Carolina è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con una fatica immensa a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita. Perché non riesce a piangere? Perché non impazzisce dal dolore? Manca un giorno solo al funerale e tutti si aspettano una giovane vedova devastata. Carolina non può e non deve deludere nessuno, soprattutto se stessa.
Mastandrea sceglie di puntare tutto su un dramma stralunato e originale che non ha paura di gettarsi a capofitto nella commedia amara. Risate e commozione, senza trucchi o facili scorciatoie, sono i colori sulla tavolozza con i quali l’autore dipinge una sorta di “marcia funebre” tragicomica, capace di cambiare fuoco e registri nel giro di un battito di ciglia e di giocare col naturalismo come col surreale. Toni, questi, che nella scrittura prima e nella trasposizione poi si alternano o si sovrappongono in modalità randomonica. Ride è il frutto di questo sistematico palleggio che permette al film di offrire alla platea un ventaglio di emozioni cangianti, nel quale trovano spazio momenti di grande intensità (il confronto notturno tra il padre e il fratello del defunto, quello tra la Carolina e Bruno, oppure la scena della camera mortuaria) e altrettanti che distribuiscono generosamente sorrisi mai banali o forzati (le prove di Bruno per le interviste o le varie visite in casa per le condoglianze da parte di amici, parenti e sconosciuti). Per quanto ci riguarda i più riusciti sono sicuramente i secondi. Ad unire queste due anime mai in conflitto sono la delicatezza e la leggerezza con le quali Mastandrea racconta e mostra, dirige e lascia campo aperto alle interpretazioni senza ingabbiarle. E qui il suo essere attore di decennale esperienza ha aiutato l’intero cast del quale ha deciso di non fare parte, a cominciare da Chiara Martegiani e dal sorprendente Arturo Marchetti, a diventare il vettore attraverso il quale trasferire sullo schermo un magma di sentimenti veri e artificiali, stati d’animo e riflessioni sui temi della morte, dei legami affettivi e del lavoro. Peccato solo per quel finale di troppo che a conti fatti non stona e non andava cancellato dalla timeline in quanto non sposta gli equilibri, ma del quale si poteva tranquillamente fare a meno perché poco prima si era già detto tutto quello che c’era da dire, ossia che di lavoro si può anche morire, che ciascuno di noi può e deve scegliere di percorrere liberamente la propria strada, che chi resta ha diritto di affrontare il lutto come vuole, che i legami familiari e affettivi restano tali e indissolubili.

Francesco Del Grosso