Revolver Mind

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Messico oggi

Una delle ambizioni maggiori di molti autori è di riuscire a fotografare la realtà di tutti i giorni. Proposito sovrumano essendo la vita quotidiana, composta di spazi fisici e da figure umane che s’intrecciano e si relazionano, sempre ingarbugliata e contraddittoria. Anche in questo caso filmico, con Revolver Mind (in originale Mente Revólver), si può assistere a un tentativo simile. La pellicola si focalizza sulla brutalità che attanaglia il Messico, che sfocia in violenza, morte o emarginazione. Quest’opera diretta dal promettente regista messicano Alejandro Ramírez Corona, nelle promesse vuole essere un documento vergato in stile cinematografico su questo stato di cose pregno di violenza e pessimismo. Per tracciare questa indagine, imposta la narrazione su tre storie distanti, con tre figure umane differenti che s’incontreranno in questo territorio cupo e crudo. Partendo da Mario Aburto (1971), che fu ufficialmente accusato dell’omicidio avvenuto il 23 marzo 1994 di Luis Donaldo Colosio, politico esponente del partito PRI (Partido Revolucionario Institucional), la pellicola traslatando questo personaggio in un’ipotesi reale odierna, vi allaccia le altre due storie con personaggi di finzione.

Secondo differenti statistiche internazionali, il Messico ha il triste primato di essere uno degli stati più pericolosi al mondo e, altro sconfortante record, essere il paese latino più violento. Gli omicidi nel 2018 sono aumentati del 134%, furti e rapine sono all’ordine del giorno. Gran parte della popolazione vive nella povertà, quindi molta parte di essa si trova costretta a commettere un crimine, e anche gli apparati di sicurezza, che sia polizia o militari, hanno ampi margini di corruzione. Un paese allo sbando. Su questi dolenti dati il regista Ramírez Corona, autore in solitaria anche della sceneggiatura, basa il suo Revolver Mind, visto al Festival Cineuropa#32. Per realizzare questo quadro diagnostico sul Messico, il regista ambienta le vicende a Tijuana, nota città di confine con gli Stati Uniti, e famoso centro nevralgico per il commercio di droga, di prostituzione e falsari. Sono lontani i tempi in cui si raffigurava questo folkloristico centro – pieno di furbastri – in un luogo di sballo, come accadeva in Losin’ It (Un week-end da leone – Una gita da sballo, 1983) di Curtis Hanson e con un giovanissimo Tom Cruise. Lo prova sulla sua pelle la clochard americana Jenny (Bella Merlin), che per un brevissimo momento, con i soldi guadagnati dalla vendita della pistola trovata nella spazzatura, vive un paio di giorni da “principessa”, prima che gli rubino tutto e deve collaborare con la malavita per sopravvivere. Questa triste realtà la vive anche il giovane Chicali (Hoze Meléndez), che vende la sua chitarra (simbolo di un sogno) per entrare nella polizia e in seguito essere cooptato dalla mala per divenire un sicario. Infine, Mario Aburto (Baltimore Beltrán), che uscito dal carcere e tornato alla vita quotidiana, vede un Messico peggiorato e sofferente. La rivoluzione, cui lui voleva contribuire uccidendo un rappresentante istituzionale della mala politica, non è avvenuta. Scegliendo Tijuana, però, con la sua posizione geografica fortemente di frontiera, Ramírez Corona utilizza questo stato per ammantare metaforicamente le vite dei tre personaggi, che si trovano a un “confine” della loro esistenza, e quando lo varcano, si accorgono che non possono più tornare indietro. Questa frontiera esistenziale la oltrepassano semplicemente perché non hanno altra scelta, ma almeno un filino di speranza per uno dei personaggi c’è. Revolver Mind, che ricorda per l’impostazione strutturale un poco ad Amores Perros (2000) di Alejandro González Iñarritu e scritto da Guillermo Arriaga, non mantiene le ambiziose promesse, non riuscendo a incidere profondamente il tema trattato, perché il regista sembra più attento all’aspetto visivo che alle finezze narrative.

Roberto Baldassarre