(Re)Visioni Clandestine #7: I delitti del gatto nero

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Piccola antologia horror para-televisiva

Dietro l’altisonante e poeiano titolo della distribuzione italiana, I delitti del gatto nero, si cela Tales from the Darkside: The Movie. E dietro questa pellicola, come già rileva il titolo, vi è una serie cult degli anni Ottanta, prodotta da George A. Romero. Anticipato da un pilot trasmesso il 29 ottobre 1983, Trick or Treat (Il primo penny), Tales from the Darkside, trasmesso in Italia con il titolo Salto nel buio (su Odeon Tv), era un serial di novanta episodi, mandati in onda dal 1984 al 1988. Piccoli racconti filmici della durata di venti minuti cadauno, di carattere horror, fantasy, Sci-fi o thriller, e molte di queste puntate erano tratte da racconti di rinomati scrittori di tali generi. La genesi produttiva nasceva dal buon successo dell’episodico film “vintage” Creepshow di George A. Romero, serializzando quell’idea per creare un’antologia più vasta e che ricordasse – nel titolo – i comic horror anni ’50 della EC Comics, tipo “Tales from the Crypt”. A questo serial dal gusto retrò, a metà degli anni ‘80 si aggiornarono anche alcune famose serie degli anni ’50-’60: The Twilight Zone (Ai confini della realtà, 1985-1989) e quella di Alfred Hitchcock Presents (Alfred Hitchcock presenta, 1985-1989); mentre nel 1989, quasi interpretabile come una fusione di queste serie, nasce Tales from the Crypt (I racconti della cripta, 1989-1996), di carattere prettamente horror/grottesco.

Alla base di quanto detto, quindi, la pellicola I delitti del gatto nero, distribuito nel 1990, nasce dal veloce recupero della serie omonima e dal grande successo che stavano avendo I racconti della Cripta. Il film di John Harrison non è un assemblaggio di episodi già visti, ma un prodotto ex novo che ha la funzione di “compendio” della vecchia serie e probabile risonante nuovo pilot per un rilancio di detta serie. La pellicola è composta di tre episodi, incorniciati da un quarto racconto, che non si discostano dagli umori di quelli originali (solo con un poco più di sangue esibito). I raccontini proposti sono tratti da Arthur Conan Doyle (Lotto 249), Stephen King (Il gatto nero), e uno script originale di Michael McDowell (La promessa degli amanti), e sono tutti di carattere horror venati da forte humour grottesco. Il primo episodio e il terzo sono sceneggiati da McDowell, il secondo è un riadattamento di Romero, la cornice, invece, è senza autore.

Se sulla carta sembra un ottimo prodotto, soprattutto leggendo i nomi che vi appaiono (Conan Doyle, King, Romero, Deborah Harry), il risultato finale è molto deludente. Nella messa in scena di John Harrison, eclettico artista e collaboratore di Romero, permane un forte accento televisivo, quasi a rilevare prepotentemente la sua origine e anche la probabile finalità che avrà. Questa imputazione negativa non va riservate solamente al regista, ma anche al fatto che la pellicola non è aiutata da un budget molto elevato. Il pezzo forte dovrebbe essere quello che lega Stephen King a George A. Romero, però il racconto, che spinge abbondantemente sul grottesco, soprattutto a livello visuale, annega anche la scena più gore (l’ultimo attacco del malefico gatto al killer Halston). In poche parole, è un episodio poco graffiante e ferino. Il terzo ha reminiscenze ottocentesche e sfumature romantiche, però ha poco pathos e la sorpresa finale non è così sorprendente. E oltre a ciò, ci si domanda perché venga ucciso violentemente un innocente barista, amico del protagonista e non l’agente del pittore. Facendo i conti, quindi, il primo episodio, di stampo più classico, è quello che funziona meglio. Il grottesco riesce a fondersi bene con gli accenti horror, e il gusto di seguirlo scaturisce anche dal fatto di vedere i giovani Steve Buscemi (in veste di studente nerd), Christian Slater (con l’inconfondibile sguardo da figlio di buona donna) e un’ancora sconosciuta Julianne Moore che, è incredibile dirlo, recita male. La cornice, interpretata da una fascinosa Deborah Harry, è una variante della favola di Hansel e Gretel mista alla figura di Scheherazade, con la figura del bambino che rileva il target a cui si rivolgono questi racconti. Episodio inizialmente intrigante, peccato per una chiusa spiritosa ma tirata via. Se si dovesse stilare una classifica, sistemando gli episodi dal migliore al peggiore, le posizioni sarebbero queste: 1)Lotto 249; 2) Cornice; 3) Il gatto nero; 4) La promessa degli amanti.

Roberto Baldassarre