(Re)Visioni Clandestine #6: Conviene far bene l’amore

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Campanile e il giovane Trivellone

Il post-apocalittico ha partorito una miriade di pellicole, tra cui alcune eccellenti, e anche nella nostrana cinematografia sono affiorati prodotti che rientravano in questo sottogenere. Nello stilare una lista di film post-apocalittici battente bandiera italiana, sovente vengono citate solamente quelle pellicole realizzate dopo il successo di Escape from New York (1997 – Fuga da New York, 1981), che nel brevissimo volgere di una manciata di anni questi surrogati di celluloide hanno cercato di eguagliare – semplicemente copiando – il cult fantascientifico di John Carpenter. A queste veloci e furbesche produzioni, però, vengono aggiunti dei meritevoli casi filmici isolati realizzati negli anni Sessanta, come ad esempio l’horror L’ultimo uomo della terra (1964), di Ubaldo Ragona, oppure l’apologo Il seme dell’uomo (1969) di Marco Ferreri. Eppure, quando si stila questa famigerata lista, ci si dimentica di un’opera singolare che rispettava i canoni di tale sottogenere. Si tratta di Conviene far bene l’amore di Pasquale Festa Campanile, pellicola realizzata nel 1975 e ambientata in un futuro che ha come data il 1999. L’oblio che ha investito questo film è anche ovvio e condivisibile, non essendo un’opera riuscita; però il recupero è alquanto necessario, non solo per il tema trattato (e come viene trattato), ma anche per l’autore e per il giovane attore co-protagonista, che avrà maggior successo in futuro.

Conviene far bene l’amore, prima di essere una pellicola, è un’opera letteraria scritta dal medesimo Pasquale Festa Campanile nel 1975, quindi a ridosso del film. Per l’autore era un ritorno alla letteratura, dopo molte collaborazioni a sceneggiature altrui e il redditizio passaggio dietro alla macchina da presa. Le differenze tra il romanzo e la pellicola sono sostanzialmente poche, però in un certo qual modo di grosso spessore. Oltre allo sfrondamento di molte descrizioni, soprattutto a livello scenografico (una Roma futuristica ma con un’urbanizzazione ancora anni Settanta), vengono eliminati nella pellicola gli elementi più pornografici. Non solo alcune copule erano descritte con particolari hard (nei primi esperimenti l’infermiera Piera utilizzava perfino un fallo di gomma), ma c’erano anche accoppiamenti omosessuali atti a generare energia. Quello che rimane è l’impianto un poco di stampo diaristico, con gli accadimenti narrati dal medesimo Dottore (una specie di alter-ego di Campanile). L’idea alla base della storia immaginata da Campanile trae ispirazione dalla crisi energetica avvenuta nel 1973, che inaspettatamente rallentò lo sviluppo industriale ed economico dell’Occidente. Questa improvvisa frustata gettò nel panico soprattutto l’Italia, che ebbe la conferma di non essere un paese completamente organizzato e competitivo. L’altro spunto concreto da cui attinge l’autore è poi l’idea di inserire le teorie sulla sessualità studiate da Wilhelm Reich, che si riferivano alla produzione di scariche elettriche attraverso la copula. Il romanzo, uscito per i tipi della Bompiani e ormai fuori catalogo, è un discreto e brillante divertissement letterario, con una scrittura scorrevole e a tratti arguta, che alla fine diviene anche una velata parodia di “1984” di George Orwell (è vietato innamorarsi). La pellicola, co-sceneggiata con Ottavio Jemma, sodale con cui ha scritto ben diciannove pellicole, invece, mostra, conferma e amplifica i problemi presenti nel romanzo e dello stile registico di Campanile. Quello che poteva essere una pellicola ferreriana, un apologo pregno di taglienti umori grotteschi e con una sagace visione catastrofica, si trasforma in una semplice commedia con un piglio poco cattivo, che disperde quel potenziale di satira che Campanile rivolgeva contro la società. Annacquando questi spunti la storia si è trasformata semplicemente in una commedia con un erotismo spiccio e una comicità di basso livello. Inoltre l’aspetto futuristico, ampiamente descritto all’inizio, si disperde mentre la narrazione evolve, e alla fine non si nota molto che stiamo assistendo a una storia ambientata in un futuro prossimo. In un’intervista a posteriori, Ottavio Jemma disse che l’insuccesso e il massacro critico furono causati perché il film, con la sua innovativa tematica e la sua strana ambientazione, uscì in anticipo sui tempi. Onestamente non è così. Conviene far bene l’amore ha una realizzazione pesante, che sottomette l’interessante tema iconoclasta insito, piegandosi e accartocciandosi in una commedia che cerca di far ridere velocemente e offrire piccanti nudi. Doveva rivelarsi la pellicola con cui Campanile cercava di tornare a momenti autoriali, realizzando un’opera personale tratta da un suo romanzo, ma come confermeranno i futuri due film che ha trasposto dai suoi romanzi (Il ladrone del 1980, e La ragazza di Trieste del 1982), ormai non aveva più il tocco leggero e raffinato che lo avevano contraddistinto nel romanzo e nelle sceneggiature per i film altrui. In pratica, come regista si era auto-annullato.

Malgrado ciò, Pasquale Festa Campanile (1927-1986) è stato una figura particolare nel panorama culturale italiano. Nacque come scrittore, pubblicando in vita ben otto romanzi che vendettero ottimamente e vennero anche premiati (“Per amore, solo per amore” vinse il Premio Campiello nel 1984); e senza dimenticare che questi libri sono stati trasposti al cinema (solo “Il peccato” e “La strega innamorata” non hanno avuto sorte cinematografica, almeno per ora). La carriera di Campanile si è amplificata quando è entrato nel dorato mondo del cinematografo, prima come sceneggiatore, come ad esempio nel grottesco Una storia moderna – L’ape regina di Marco Ferreri (1963), e in seguito trasformandosi in regista. In questa veste, che sarà quella che gli darà maggior notorietà e denaro, sembra quasi che si prostituisse. Le sue doti intellettuali, di fine scrittore anche attento alla società, si perdono in opere che non riescono ad avere un vero mordente per azzannare con la satira la realtà quotidiana. Osservando la sua filmografia, maggiormente composta di commedie e solo da alcuni drammi, si rileva come l’elemento che prevalga è l’erotismo. Un eros, fitto di nudi femminili certamente indimenticabili, che si manifesta solo attraverso una visione pruriginosa, come ad esempio nelle pellicole che ha realizzato con Lando Buzzanca. Anche questo personale Conviene far bene l’amore, in teoria lontano da diktat produttivi, conferma la cedevolezza di Campanile verso facili introiti ai botteghini. Regista maggiormente colpevole nel non aver affrontato con dignità il Campanile scrittore, che per lo meno aveva una “grafia” elegante e attenta.

Se la regia e la sceneggiatura deludono, quello che prevale in Conviene far bene l’amore sono alcuni attori. Il protagonista assoluto è Gigi Proietti, attore utilizzato non sempre bene nel cinema. La sua recitazione, asciutta ma accesa, severa ma con guizzi vivaci, regge tutta la pellicola. Però l’attore che (ci) interessa è Christian De Sica. Ancora ventenne (è nato a Roma il 5 gennaio 1951) e con un pesante cognome da portare sulle spalle, in quegli anni era nel pieno della gavetta, partecipando in pellicole comiche ma con un forte accento pruriginoso. In questi film aveva sempre il ruolo del ragazzo che doveva essere svezzato oppure con una famelica sessualità. La cugina di Aldo Lado (1974), Giovannino di Paolo Nuzzi (1976) e Bordella di Pupi Avati (1976), oltre al film di Campanile, dimostrano per quali ruoli era chiamato. Seppure appaiano come pellicole lontanissime dalle commedie che farà in seguito, il personaggio di Daniele è un’acerba figura dei personaggi che interpreterà successivamente e che gli daranno gloria di “satiro” italiano. C’è un dialogo che contiene in nuce tutti i personaggi successivi che De Sica interpreterà, soprattutto nei noti cinepanettoni: «Lei stia zitta! Stia zitta! Che con questa mania di scopare nei momenti meno adatti mi rovina sempre tutto!». Lo stupore non è tanto nella battuta comica, ma nel tono di voce e nella gesticolazione che mostrano già come il virgulto De Sica sapesse dare una colorita sfumatura a un dialogo che sarebbe stato altrimenti futile. E rilevando ciò, si può aggiungere come, per uno strano scherzo del destino, il primo assistente alla regia è tale Neri Parenti, che in futuro sarà uno dei suoi registi di fiducia e che intaglierà meglio il suo personaggio di scopatore italico incallito, tra cui il noto Fabio Trivellone, “eroe” di Merry Christmas (2001).

Roberto Baldassarre