(Re)Visioni Clandestine #5: Ghostbusters (1984)

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Venimmo, vedemmo e lo inculammo!

Ciclici rumours cinefili ci informano che Al Pacino fu uno dei prescelti per interpretare il ruolo di Han Solo nello Star Wars originale; che James Caan avrebbe dovuto vestire – e svestire – i panni di Clark Kent in Superman di Richard Donner; che Sylvester Stallone doveva essere il protagonista di Beverly Hills Cop, ruolo poi andato (grazie a Dio!) a Eddie Murphy; che Robin Williams era in procinto di…. ecc. ecc. Questo è solamente un accenno di una lunga lista di attori che avrebbero dovuto interpretare personaggi poi incarnati da altri divi ed entrati nell’immaginario cinefilo collettivo. Anche Ghostbusters (Ghostbusters – Acchiappafantasmi, 1984) di Ivan Reitman, nelle primissime fasi di produzione aveva in origine un cast differente. Il quartetto doveva essere composto da Dan Aykroyd, John Belushi, John Candy ed Eddie Murphy, però la morte improvvisa di John Belushi (1949-1982), la defezione di Eddie Murphy (che accettò il ruolo dello spiritato poliziotto Axel Foley), e la non conferma di John Candy, che nel medesimo anno interpretò Splash (Splah – Una sirena a Manhattan) di Ron Howard e comparì come guest-star nel videoclip – diretto dal medesimo Ivan Reitman – dell’omonima canzone di Ray Parker Jr., cambiarono drasticamente le impostazioni immaginate. Harold Ramis rimpiazzò Candy, Ernie Hudson sostituì Murphy (benché si possa notare che è “truccato” come lui), Bill Murray subentrò a Belushi. Senza infilarsi in un discorso pieno di rimpianto di quello che avrebbe potuto essere il primigenio Ghostbusters, la pellicola di Ivan Reitman è entrata comunque nell’immaginario collettivo di molti cinefili, e si conferma, a distanza di anni, un valido prodotto produttivo specchio della decade degli anni Ottanta.

La genesi del progetto ebbe inizio quando Dan Aykroyd, affascinato dal paranormale, aveva in mente di creare un altro funzionale veicolo comico per lui e il compare Belushi. Il primo script, che prendeva spunto dal cortometraggio d’animazione Lonesome Ghosts (Topolino e i fantasmi, 1937) diretto da Burt Gillett, immaginava fantasmagoriche avventure spazio-temporali di questi improvvisati “moschettieri” contro le forze arcane. Con la morte dell’amato collega e la valutazione pre-produttiva che il costo sarebbe stato alquanto eccessivo, la sceneggiatura fu rimaneggiata da Aykroyd e da Ramis, che calmierarono un poco l’idea primigenia. Questo ri-arrangiamento del soggetto originario ha deviato inevitabilmente Ghostbusters verso un terreno cinematografico che stava dando ottimi risultati ai box-office degli anni Ottanta. Opera che nacque dai sarcastici umori del Saturday Night Live e dalle precedenti irriverenti pellicole demenziali per adolescenti Meatballs (Polpette, 1979) e Stripes (Stripes – Un plotone di svitati, 1981), ambedue dirette da Reitman, con il nuovo script diventa un abile prodotto per tutti, infilandosi in un sottogenere produttivo definibile come “avventure per famiglie”. Nel medesimo 1984, anche Steven Spielberg con Indiana Jones and the Temple of Doom (Indiana Jones e il tempio maledetto) realizzava l’episodio più dark e audace della serie, intrecciando sapientemente commedia e avventura. L’intuizione di Aykroyd e Ramis era di tessere una storia che poteva far presa sia su un pubblico adulto (attraverso la figura “iconoclasta” di Peter Venkman e il fascinoso personaggio interpretato da Sigurney Weaver) e sia su un’audience infantile (tramite l’aspetto fantastico della vicenda). Pellicola maggiormente “ibrida” se si riflette sul doppio aspetto produttivo: commedia di salace umorismo verbale, con alcune battute divenute cult (“Venimmo, vedemmo e lo inculammo!“, che in originale era “We came, we saw, we kicked it ass!“); blockbuster estivo con abbondanti effetti speciali, molti dei quali ancora di carattere artigianale, come si può notare in una foto scattata sul set. La pellicola di Reitman si trasformava, vieppiù, in perfetto prodotto economico considerando gli aspetti collaterali, e cioè la creazione del fortunato serial a cartoon The Real Ghostbusters (1986 -1991), del seguito Ghostbusters II (Ghostbusters – Acchippafantasmi II, 1989), e il massiccio merchandising che ne scaturì.

Come già scritto, stando alle cronache il quartetto originale prevedeva attori di accentuata verve trasgressiva, che certamente avrebbero dato maggior aplomb comico a ogni singolo personaggio, oltre a creare probabili esplosivi scontri verbali (Belushi vs Murphy, per esempio). Nel cast attuale l’aspetto iconoclasta è rappresentato dal solo Bill Murray, che con il suo cinico e sarcastico Venkman modella una figura di eroe – a suo malgrado – molto più pervaso di tracotante canzonatura che di fiero coraggio. Murray, già rodato comico cinematografico nelle precedenti pellicole di Reitman, diviene qui un One Man Band che porta avanti prepotentemente l’aspetto verbale demenziale, e funge da catalizzatore attuativo rispetto gli altri personaggi. Come nelle anteriori macchiette (Tripper Harrison e John Winger), il comico dell’Illinois persegue sull’aspetto caratteriale beffardo, come si vede, per esempio, all’inizio con la squallida prova di veggenza fatta con uno studente sfigato e una studentessa figa; ma rispetto agli altri due scorsi personaggi, Venkman viene colorato con un animo anche sentimentale e adolescenziale, come conferma la delicata scena di attesa, fuori dal conservatorio, della fascinosa Dana Barrett. Gli altri tre acchiappafantasmi del paranormale, sono quasi figure di secondo piano. Se il personaggio di Winston è un riempitivo di “colore”, per adempiere al politically correct, Spengler ricopre il ruolo di nerd maturo serio e Ray Stanz quello di nerd giuggiolone.

Ghostbusters non è solamente una trasformazione in carne e ossa dell’originale corto della Disney e/o una variazione “fantascientifica” de “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas, ma al proprio interno contiene anche del citazionismo e/o omaggio. L’immenso pupazzo Marshmallow che distrugge la città è una stravagante parodia del genere Kaijû Eiga (Monster Movie), e in particolar modo del lucertolone Godzilla. Per non parlare di Slimer, il gelatinoso ectoplasma. Inizialmente doveva avere le fattezze di Belushi, cioè era un modo per commemorarlo, però nell’aspetto finale, si può facilmente notare che Slimer ha alcuni atteggiamenti irriverenti di personaggi passati interpretati da Belushi: l’atavica voracità, oppure il gusto di “distruggere” (inteso come dissacrare) le cose. Citazionismo insito, ma anche pellicola molto citata. In Be Kind Rewind (Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm, 2007) di Michel Gondry, oltre a un sottotitolo italiano idiota che vuole rimandare inevitabilmente alla nota pellicola, i due buffi protagonisti, Mike e Jerry, reinterpretano in modo amatoriale il suddetto film (oltre ad altri classici) a conferma di come sia entrato prepotentemente nell’immaginario cinefilo. Oppure, va menzionato il lucroso reboot Ghostbusters (Idem, 2016) di Paul Feig, che recupera il plot originale declinandolo in femminino.

A distanza di anni, però. Ghostbusters diviene, in un certo qual modo, anche una pellicola “pre 11 settembre”, che ci mostra una parte di New York ormai scomparsa. È impressionante lo skyline notturno newyorkino in cui l’esplosione malefica – e terroristica – avvenga proprio dietro le Torri Gemelle, che si ergono ancora con tutto il loro splendore architettonico. È esagerato fare un parallelismo tra questa fabula fantascientifica (ed economica) con i futuri fatti del 2001, però è strano notare come nel cinema molti tragici avvenimenti cinematografici avvengano intorno a questi due grattacieli. Ad esempio in Indipendence Day (Idem, 1996) di Roland Emmerich, gli alieni attaccavano i due statuari edifici; nell’iper-catastrofico Deep Impact (Idem, 1998) di Mimi Leder, invece sono sommerse dall’immensa inondazione creata dalla cometa che ha generato il mega tsunami.

Roberto Baldassarre