(Re)Visioni Clandestine #4: Cantando dietro i paraventi

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Una piratesca favola di pace

L’opportunità di poter scrivere intorno a una lontana pellicola a volte è generata dall’epifania della visione della medesima, recuperata casualmente a distanza di tempo; oppure dal desiderio di commemorare il pregevole autore, recentemente scomparso. In questo caso l’occasione di redigere l’articolo sposa ambedue gli spunti, cui si aggiunge la voglia di onorare uno degli attori protagonisti, deceduto anch’esso. La rievocazione è per il regista Ermanno Olmi (Bergamo, 24 luglio 1931 – Asiago, 7 maggio 2018) e per l’attore Bud Spencer (Napoli, 31 ottobre 1929 – Roma, 27 giugno 2016), che hanno collaborato assieme in Cantando dietro i paraventi, pellicola realizzata nel 2003. Due personalità agli antipodi, non solo con riferimento alla fattura delle opere realizzate, ma anche a livello geografico. Il quieto regista lombardo incontra il verace attore napoletano, e ambedue rappresentano due modi differenti di esprimersi nel cinema. Sicuramente Bud Spencer è uno dei tipici e migliori esempi di cinema commerciale italiano, avendo partecipato a diversi film di facile consumo e di gusto popolare, senza nessun orpello intellettualistico. Olmi, invece, è uno dei massimi rappresentanti del cinema d’autore, con una marcata e coerente poetica. Eppure l’attività filmica di Olmi, seppur ieratica e a volte simbolicamente ostica, è un’opera che scaturisce dal popolare e vuole rivolgersi alla gente comune. La sua pellicola più nota, L’albero degli zoccoli, ne è uno dei più fulgidi esempi, perché dietro lo stretto dialetto bergamasco e un discorso poetico/politico, si cela un’opera facilmente fruibile, quasi didattica nella sua rievocazione di quel remoto mondo contadino. E anche questo film realizzato da Olmi nel 2003 conferma tale spiccato interesse verso un cinema sacrale nella forma e nel contenuto, ma sempre indirizzato a un pubblico semplice.

Le opere realizzate negli anni Novanta (Il segreto del bosco vecchio e Genesi: La creazione e il diluvio) avevano deluso enormemente, e certificavano una stanchezza visiva e narrativa dell’autore, che già si era palesata un poco negli anni Ottanta, seppure La leggenda del santo bevitore ottenne il Leone d’oro nel 1988. La realizzazione di Cantando dietro i paraventi confermava di come Ermanno Olmi, entrato nel nuovo millennio, stesse vivendo una seconda giovinezza creativa. Già con Il mestiere delle armi, film di ambientazione medievale girato nel 2000, dimostrò prepotentemente l’energia ritrovata, e con questa pellicola e le successive opere sorprese sempre maggiormente per questo ritrovato vigore e la nuova freschezza di narrare le sue storie sacrali. Tratto molto liberamente da alcuni documenti denominati ‘Memorie concernenti il Sud delle montagne Mehling”, e al testo elegiaco ‘Piratessa Ching’ del poeta Yuentsze Yunglun, Olmi raggruppa queste due fonti letterarie antitetiche e le combina assieme per creare un suo personale poema. Storia prettamente cinematografica, con scene piene e vive, ma anche mirabile testo riflessivo sull’arte del narrare, perché le immagini prendono avvio attraverso il racconto di un canuto cantastorie. Lo scenario principale è quello di un teatro cinese, che ha la fisionomia di un Drive-In ante-litteram, perché il palco, a forma di vascello, viene visto attraverso piccole alcove che sarebbero come delle automobili. Una scenografia che ricorda anche la fumeria d’oppio di C’era una volta in America. Quest’aspetto, cioè l’affabulazione, sottolineato anche dall’evocativo titolo, marca maggiormente il proposito di colorare le vicende originali di un’aurea favolistica, che permette di poter condurre il discorso sotteso in una direzione più utopistica. Il titolo sottolinea

Film piratesco nella tematica, ma non completamente nella forma. Escludendo la copiosa letteratura che ha alimentato tale filone, nel cinema questo sotto-genere ha nel proprio listino un’abbondante serie di pellicole. Senza stilare una lunga e noiosa lista, vanno almeno ricordate alcune opere famose. Tra tutte spunta certamente il redditizio franchise dei Pirates of the Caribbean (2003-?), giunto al momento al sesto capitolo. A tale costosa epopea filmica vanno aggiunti alcuni classici del passato: The Crimson Pirate (Il corsaro dell’isola verde, 1952) di Robert Siodmak e con Burt Lancaster; Pirates (Pirati, 1986) di Roman Polanski e con Walter Matthau; Cutthroat Island (Corsari, 1995) di Renny Harlin e con Geena Davis; questi ultimi due rivelatisi due tonfi giganteschi (soprattutto il film di Harlin, che mandò in bancarotta la Carolco Pictures). Cantando dietro i paraventi rispetta i canoni di tale genere, finanche con un paio di scene di respiro “kolossal”, però non punta allo spettacolo grandioso, perché vuole dirigersi verso la grandezza della rievocazione di questa inusuale vicenda. Le “fastose” scene marittime, realizzate con l’ausilio della computer grafica, sono semplicemente una necessità di narrazione, ma tutto il film è incentrato sulle figure umane rievocate e al messaggio che il regista vuole trasmettere. Come Il mestiere delle armi, il discorso olmiano è quello di comunicare attraverso la pace, senza giungere a cruenti scontri. Se nell’antecedente opera si descrivevano gli effetti dell’introduzione delle armi da fuoco nelle battaglie, qui gli armamenti diventano i cannoni, che sono strumenti da guerra ancor più pericolosi. I loro temibili colpi, però, alla fine saranno messaggi di pace, perché lanceranno colorati aquiloni.

Il personaggio principale della pellicola è una donna, e questa figura è una novità nell’opera di Olmi. Il suo cinema è certamente pieno di figure femminili, ma sono sempre state a lato del protagonista maschile, tranne che in La circostanza, ricoprendo il ruolo di contraltare. Regista sempre morigerato, nel raccontare e nel mostrare, in Cantando dietro i paraventi si espande l’aspetto sensuale (il desiderio) ed erotico (il carnale). Non solo nella pellicola indugia su diversi corpi nudi femminili, tra cui quello generoso della fascinosa Carlene Ko, ma tratta questo “scabroso” argomento anche attraverso la figura del giovane studente che rimane inebriato tanto dall’operato della cortigiana quanto dall’entusiasmante racconto del vecchio affabulatore, interpretato da Carlo Perdersoli. E a tal proposito, perché Bud Spencer? La scelta nobilitante potrebbe sembrare come quelle sperimentazioni operate da Pupi Avati, che si sono rivelate funzionali all’inizio (Carlo Delle Piane e Diego Abatantuono), ma divenute poi pelose operazioni che non hanno fruttato bene (Massimo Boldi, Ezio Greggio, Andrea Roncato, Cesare Cremonini). L’attore napoletano ricopre un ruolo completamente differente dai suoi soliti personaggi. Incanutito e saggio, la scelta per tale ruolo, a detta di Ermanno Olmi, è dovuta al fatto che durante la sua degenza in ospedale le pellicole di Bud Spencer e Terence Hill gli allietavano le giornate.

Roberto Baldassarre