(Re)Visioni Clandestine #3: La notte dei morti viventi

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Il ’68 visto da Pittsburgh

Sono trascorsi già 50 anni da quel 1968, che assieme alla Rivoluzione Russa del 1917 fu un vorticoso anno di lotta, che cercava di concretare qualcosa di utopico e cambiare lo status quo vigente in cui versava la società, a livello politico, sociale e finanche culturale. Con il passare del tempo, purtroppo, quelle audaci chimere si sono dissolte facilmente, e di quelle lotte non è rimasto quasi nulla, se non un pallido ricordo e molto amaro in bocca. Ma nel 1968 anche nel campo cinematografico ci fu un fermento rivoluzionario, perché tra le molte pellicole di ottima fattura prodotte, apparvero anche due rivelazioni filmiche che “scompaginarono” il mondo culturale nel profondo, e che a tutt’oggi conservano la loro forza “ribelle”. Due pellicole, di estrazione produttiva differente, che già alla prima uscita si palesavano come dei punti di non ritorno e, in un certo qual modo, figlie eversive di quel entusiasmante anno di ribellione. Le opere in questione sono 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick, e Night of the Living Dead di George A. Romero. Ambedue sono film che hanno rifondato, a loro modo, rispettivamente il genere della Fantascienza e quello dell’Horror, due categorie cinematografiche in passato quasi sempre sfruttate per meri introiti, attraverso trame e/o sottotesti di bassa qualità. Il rivoluzionario film di Kubrick uscì nella primavera statunitense del 1968, ma era già “vecchio” di quattro anni, e con tale opera il regista utilizzava la Sci-Fi per realizzare una pellicola che fosse più Science che Fiction, immettendo un messaggio filosofico di grande profondità. Tale innovativa scelta ispirò successivamente molte altre opere di fantascienza, e diede modo al genere di maturare e svilupparsi anche diversamente. Il film di Romero, distante produttivamente anni luce dall’odissea nello spazio di S.K., uscì nelle sale yankee nell’autunno del 1968, trasformandosi immediatamente in un cult, e rapidamente generò ondate di pellicole similari, per lo più di scarsa qualità. Adesso, una delle prime domande da porsi, prima di scrivere (nuovamente) sul film di Romero, è certamente la seguente: “Che cosa si può dire ancora su Night of the Living Dead?”. Quel che è certo è che in questi 50 anni si è analizzato ogni singolo fotogramma della pellicola, e ad ogni intervista a George A. Romero (New York, 4 febbraio 1940 – Toronto, 16 luglio 2017), l’intervistatore chiedeva sempre lumi su questo suo fulminante esordio. Difficilmente si potrà dire qualcosa di inedito, però con questo articolo si vogliono omaggiare sia le prime cinque decadi del film, e sia la scomparsa di uno dei massimi realizzatori di pellicole del terrore. Quindi, da dove cominciare?

Mentre la pellicola di S.K. era un kolossal a lungo ponderato e poi registicamente curato in ogni minimo particolare, il film di Romero era un low-budget che fu concepito e realizzato in brevissimo tempo. Le fattezze formali de La notte dei morti viventi, l’immenso esito che ne conseguì e il grande successo di cui beneficiò il regista, nacquero tutte casualmente. Scritto da Romero e da John Russo, l’intento era solo quello di realizzare velocemente un film per emanciparsi dal tedioso mondo della pubblicità, e la scelta di fare un horror fu dovuta semplicemente al fatto che detto genere funzionava bene ai botteghini. I due sceneggiatori, oltre a prendere spunto dal romanzo “I Am Legend” di Richard Matheson, attinsero anche da alcuni umori cinematografici degli anni ’50, a cui aggiunsero qualche tocco horror e politico più audace. Il titolo originale dello script era Monster Flick (Colpo di mostro), tramutatosi mentre si girava in Night of the Flesh Eaters (La notte dei mangiatori di carne), ma cambiato perché troppo simile a quello di The Flesh Eaters di Jack Curtis, uscito nel 1964. La notte dei morti viventi fu realizzato con un bassissimo budget, con un costo finale di quasi 120.000 dollari, e fu tutto girato da uno sparuto gruppo di amici e conoscenti; e come si può constatare anche da alcune foto di scena, seppure la crew era molto ridotta e dovesse svolgere più mansioni, era però piena di entusiasmo e con le idee ben chiare. Ad esempio, già la scarna storia, che trasforma il film in un horror più incisivo, fu una soluzione di sfrondamento di trama per motivi economici. In principio la sceneggiatura era composta di tre blocchi, e le due restanti parti saranno successivamente alla base di Zombi (1978) e Day of the Dead (1985). Altro fattore casuale, dettato sempre dall’effimero budget a disposizione, fu la scelta del bianco e nero, che rese stilisticamente la pellicola ancor più terrorizzante e claustrofobica. Infine, il Fato mise lo zampino anche per la scelta del protagonista afroamericano (Ben). Tale decisione non fu per dare spessore politico al film, ma semplicemente dal fatto che il miglior attore capace di recitare che si presentò ai provini fu Duane Jones. Tutte accidentalità che, ben gestite, hanno donato alla pellicola un aspetto affascinante e funzionale, oltre ad aver reso il film pregno di significati.

Sin da subito critici e cinefili hanno dato le più svariate interpretazioni al film, e in particolare alla funzione rappresentativa degli zombi. Tra le più interessanti da rilevare, esposte negli anni, c’è quella in cui i morti viventi sono stati visti come una allegoria dei russi che voglio conquistare l’America. Una decodificazione completamente errata, conseguenza di una prospettiva antiquata che considera la pellicola come un tardo epigono del genere horror o Sci-Fi che furoreggiava negli anni ’50. E, probabilmente, tale interpretazione è dovuta anche alla spiegazione della causa che genera i morti viventi, e cioè una sonda tornata contaminata dal pianeta Venere, escamotage (fanta)scientifico di diverse pellicole d’antan. L’analisi più congrua e stimolante, invece, è quella in cui gli zombi sono una metafora sulla guerra del Vietnam, che in quegli anni si stava trasformando in un massacro per le truppe yankee, proprio dopo l’offensiva del Têt, avvenuta nella notte tra il 30 e il 31 gennaio del 1968. Un anno prima, Martin Scorsese con il suo cortometraggio The Big Shave aveva realizzato a suo modo un “horror” che raffigurava attraverso una sanguinosa rasatura gli effetti della guerra del Vietnam. Altro simbolo fortemente politico è la morte di Ben, che viene ucciso con una fucilata. La sua uccisone rimanda a quella di Martin Luther King, assassinato con un colpo di fucile il 4 aprile del 1968. Detta interpretazione viene confermata anche da Romero, che afferma di aver saputo della morte di King mentre era in auto e ascoltava la radio, poco prima dell’inizio delle riprese. Però, restando sulla morte di Ben, è anche interessante notare come la scelta dei freeze-frames finali, utilizzati e montati come se fossero un pezzo di un cinegiornale, rimandano alle gelide foto scattate al martoriato corpo esanime di Che Guevara, deceduto il 9 ottobre del 1967. Le altre figure allegoriche, che alimentano i sottostesti del film, sono quelle della compagine di persone asserragliata nella fattoria, che rappresentano dei tropi del popolo americano. Barbara (Judith O’Dea) raffigura la giovane ragazza borghese catapultata in una realtà estranea e sporca; la famiglia Cooper (Karl Hardman, Marilyn Eastman, Kyra Schon) è il tipico gretto nucleo familiare, legato a ferme tradizioni patriarcali; Tom e Judy (Keith Wayne e Judith Ridley), la caratteristica coppietta di fidanzati anni ‘50/’60; Ben, l’elemento più politico del film, l’outsider capace di fronteggiare gli eventi.

Un film innegabilmente fenomenale, anche constatando in che condizioni fu realizzato; però da un certo punto di vista La notte dei morti viventi, per quanto rivoluzionario, non è un film originalissimo. Utilizzare una pellicola horror per infilarci un discorso politico, era già stato fatto nei film di propaganda politica anti-comunista negli anni ’50, ad esempio come nell’horror The Blob di Irvin S. Yeaworth Jr; e anche a livello di grand guignol, si erano già viste efferatezza sanguinose, come per esempio in Blood Feast di Hershell Gordon Lewis. Per non parlare degli zombi, già presenti in alcuni B-movies, divenuti poi dei classici, come I Walked with a Zombie (Ho camminato con uno zombi) di Jacques Tourner e White Zombie (L’isola degli zombi) di Victor Halperin. Ma la forza propulsiva del film di Romero sta già nella composizione dello svolgersi narrativo. La progressione dell’orrore in cui sono stati catapultati i personaggi viene centellinata, e le scene dei personaggi barricati in casa, oltre a rimandare lontanamente al genere western (i bianchi dentro un fortino attaccati dagli indiani), trasformano la storia in un claustrofobico kammerspiel. E a questi aspetti esteriori, debitori di molto cinema di serie B, si aggiunge il discorso politico, molto più sarcastico e sottile rispetto alla decade precedente. Romero utilizza questi elementi per (ri)creare una pellicola che, sotto lo strato commerciale, vuole riflettere e criticare l’America, partendo da un piccolo borgo rurale della Pennsylvania, che spesse volte è sineddoche dell’intero paese. L’intento – riuscito – è quello di dare al pubblico un oggetto filmico fruibile, ma allo stesso tempo, sottotraccia, portare avanti una riflessione politica e sociale anti-sistema. Questi discorsi critici romeriani saranno sempre più presenti nelle sue opere successive, come ad esempio in The Crazies, o nella “seconda” trilogia sugli zombi. Romero con questo esordio si dimostra pessimista, più che nelle opere successive, scagliandosi contro tutti e non lasciando nessuno dei protagonisti vivi. L’amorevole coppietta muore bruciata nel furgoncino mentre tentano una fuga a due; Barbara verrà azzannata dallo stesso fratello divenuto zombie, in un’azione che sembra un incesto a lungo desiderato; i coniugi Cooper saranno uccisi dalla piccola figlia zombie, a cui avevano prestato amorevole soccorso; Ben sarà ucciso dalle ronde bianche. Eppure, come già accennato, il genere horror fu solamente una scelta occasionale per fare veloci incassi. Romero avrebbe voluto girare anche altre tipologie di pellicole, come confermano la commedia satirica There’s Always Vanilla (1971), oppure il “fantasy” Knightriders (1981). Però ambedue le opere si rivelarono dei sonori fiaschi, a cui si aggiunsero altri suoi film di carattere horror che non hanno beneficiato del consenso del pubblico, e che lo hanno costretto a tornare ciclicamente a realizzare storie di zombi. E il destino beffardo, ha voluto che il suo ultimo lungometraggio, Survival of the Dead del lontano 2009, si rivelò un fiasco, che gli rese impossibile, per l’ennesima volta, la realizzazione di altre storie.

Roberto Baldassarre