(Re)Visioni Clandestine #11: Profondo rosso

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Profondo Argento

«Ok, ok! Bene! Davvero! Va bene, molto bene.
Forse un po’ troppo per bene, troppo pulitino,
sì; troppo preciso, troppo… formale.
Deve essere più buttato lì. Rendo l’idea?
Ricordatevi che questo tipo di jazz
nasceva nei, nei… bordelli.»
(Marc Dely)

Come nel già affrontato Night of the Living Dead (1968) di George A. Romero, anche con Profondo rosso, distribuito nelle sale italiane nel lontanissimo marzo del 1975, sorge il piccolo dubbio su che cosa si possa dire di nuovo o per lo meno d’interessante dopo oltre quarant’anni dalla sua uscita. Anche questa pellicola, infatti, ha dalla sua una nutrita bibliografia che va dalla genesi (il titolo di lavorazione era Chipsiomega) fino allo strepitoso successo che ottenne (3 miliardi e 700 milioni di lire), passando per l’attenta analisi delle scene tagliate. In poche parole, è uno di quei cult movies fondamentali, non solo nell’ambito del suo genere. A questo punto, quindi, che cosa dire? Chiaramente quello che bisogna affermare subitaneamente è che Profondo rosso resta una delle opere più riuscite e visionarie dell’autore romano, che ormai da decenni (molti fanno risalire il suo declino all’incerto Opera del 1987) si è perso in opere di basso o perfino infimo livello, come ad esempio certifica il ridicolo Dracula 3D, a tutt’oggi il suo ultimo lungometraggio.

Eppure, leggendo le recensioni dell’epoca, alla sua uscita Profondo rosso fu sonoramente stroncato, perché percepito come una stanca copia di quello che Argento aveva già realizzato nella “Trilogia degli animali”. In parte ciò è anche vero, perché tale pellicola ha un aspetto simile all’ingranaggio che muoveva L’uccello dalle piume di cristallo (1970), cioè una distorsione della memoria del protagonista, però con questa pellicola Argento vuole osare molto di più. Profondo rosso va colto come uno spericolato rilancio che il regista attua per la propria carriera. Dopo la fallimentare parentesi con la commedia storica Le cinque giornate (1973) e la produzione televisiva di La porta sul buio (4 episodi, di cui due diretti da lui, trasmessi nel 1973), l’autore romano si tuffa nuovamente nel thriller aggiungendovi però molta più foga nell’esposizione. Non a caso questo film certifica il passaggio verso il genere horror, che esploderà con Suspiria (1977) e Inferno (1980). Sceneggiato assieme a Bernardino Zapponi (il co-sceneggiatore delle pellicole “dark” di Federico Fellini), Argento preferisce costruire scene che abbiano soprattutto un forte impatto visivo, appoggiandole su una trama che molte volte non avrebbe logica. Aspetto, questo, che da un certo punto di vista non rende la pellicola pulitina nell’esecuzione, però nel suo essere “jazz” (nell’accezione di vistoso e/o chiassoso) ha il suo punto di forza e vivacità. Proprio perché su una storia che fa leva sul classico Who Dunnit?, Argento corrobora questo escamotage con esaltate scene di delitti, che si manifestano in tutta la loro dirompente violenza. Sono queste le situazioni in cui si palesa il purissimo intento di Argento, cioè shockare il pubblico attraverso sequenze che sono come veri atti sadici gratuiti verso i personaggi (la mano dell’assassino non a caso è di Argento), in cui abbonda la veemenza dell’atto e lo si vuole mostrare con dovizia, come ad esempio il furioso e concitato assassinio del Professor Giordani (Glauco Mauri).

A questa liturgia macabra dell’assassino (e di Argento), si affiancano scene di stampo italiano, che collimano con la commedia all’italiana (lo strambo Commissario Calcabrini, oppure i duetti civettuoli tra Gianna Brezzi e Marc Daly). Probabilmente possono essere recepite come inutili rallentamenti (e non possono piacere o essere ritenute ridicole), ma sono anche delle stasi, delle parodie quasi fumettistiche, di certi personaggi visti e stravisti nel cinema italiano e straniero. Questa commistione di generi (thriller + horror + commedia) viene immerso in una miscelata scenografia urbana, ricostruita utilizzando differenti scorci di città (Roma, Torino, Perugia), in modo tale da creare una città tanto reale quanto indefinita e metafisica. In questa scenografia genialmente inventata ecco che Argento, ricreando il Blue Bar dove si esibisce Carlo, rende un omaggio a Edward Hopper e alla sua nota opera pittorica Nighthawks (1942).

E, restando nell’omaggio dotto verso un’opera artistica del passato, Argento ne attua almeno altre due, di raffinato gusto cinefilo. Ripescando l’inglese David Hemmings, noto protagonista di Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni, cita la nota pellicola e l’aspetto mnemonico del fotografo Thomas. Dopo tutto, la caparbia indagine di Marc Daly è un “ingrandimento” di quello che ha visto o ha creduto di vedere. E a lato di questo ripescaggio, vi è anche la scelta dell’ex diva in bianco e nero Clara Calamai, nota negli anni Trenta e Quaranta in pellicole come La cena delle beffe (1942) di Alessandro Blasetti e Ossessione (1943) di Luchino Visconti, che denota un amore cinefilo da parte di Dario Argento pari al coetaneo Bernardo Bertolucci, che ad esempio aveva utilizzato Yvonne Sanson in Il conformista (1970) o Francesca Bertini in Novecento (1976). Ripensando a tutto ciò, a distanza di oltre quarant’anni, Profondo rosso diviene la memoria tangibile di un profondo Dario Argento, autore capace di fenomenali opere jazzistiche, seppure imperfette.

Roberto Baldassarre