(Re)Visioni Clandestine #1: Rawhead Rex

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Il mostro senza pene

Guardando certe pellicole horror, sovente torna alla mente la tagliente metafora cesellata dal sarcastico Billy Wilder su che cosa è la commedia: «È come togliersi i pantaloni a un party. Se lo fate al momento buono e nel modo giusto, può essere molto divertente. Ma al momento sbagliato, e con le persone inadatte, è un disastro». Tale definizione, nel suo significato profondo, si adagia molto bene anche per la maggior parte delle pellicole del terrore, perché sono realizzate in modo pedestre, e che nei momenti clou (sgozzamenti, squartamenti, fiotti di sangue, ecc.) dovrebbero dare almeno un sobbalzo, invece sono un disastro, e frequentemente generano solamente fragorosi ghigni. La colpa di tale fiasco non è attribuibile al pubblico (le persone inadatte) che non apprezzano, perché l’audience che va a vedere suddetto genere è sempre lo stesso, ma l’errore è attribuibile soltanto ai realizzatori che hanno fallito l’obiettivo. Tra l’immensa quantità di horror scadenti che non hanno certamente giovato al genere, ecco che un (in)degno ripescaggio merita il dimenticabile Rawdhead Rex di George Pavlou, che stabilisce efficacemente anche il labile confine che corre tra funzionale horror scanzonato e biasimevole horror erroneamente serioso. Questa scialba pellicola distribuita nel lontano 1986, narra di un mostro/demone di origini pagane improvvidamente risvegliato che torna sulla terra e semina truculente uccisioni in un paesino della brughiera irlandese. Illustrata rapidamente la trama, similare ad altre, ci sarebbe poco da discettare ancora, ma quello che interessa veramente di questa pellicola è che la sceneggiatura è firmata da Clive Barker, ed è tratta da uno dei suoi racconti prediletti. Da molto tempo Barker sta cercando di poter realizzare una sua versione cinematografica, non essendo rimasto soddisfatto del risultato, però a tutt’oggi questa intenzione non è giunta a concretarsi, e al momento bisogna accontentarsi di questo insulso arrangiamento.

Come accennato poco sopra, Rawhead Rex è tratto da un racconto dello stesso Clive Barker, contenuto nella monumentale raccolta “Books of Blood”(precisamente nel terzo volume), pubblicata nel 1984. Tale antologia era stata una rivelazione e aveva dato nuova linfa alla letteratura del terrore. Vergata sulla quarta di copertina c’era anche una dichiarazione dell’autorevole Re Stephen King: «I have seen the future of horror and his name is Clive Barker». Una notevole benedizione dall’alto che faceva presagire, con oculatezza, un meritato successo per questo poliedrico autore inglese. Trionfo effettivamente avvenuto, però, solo a livello letterario, perché le trasposizioni cinematografiche dei suoi racconti o dei suoi romanzi, cui a volte ha anche collaborato, non hanno generato pellicole di reale pregio. La sua unica opera filmica entrata nell’empireo del genere horror è stata solamente Hellraiser (1987), curata completamente da lui. Tale azione fu proprio dettata dalla cocente delusione avuta con il film diretto da Pavlou l’anno precedente, che mortificava la sostanza letteraria primigenia. Benché la sceneggiatura di Rawhead Rex sia stata curata dallo stesso Barker, ha dovuto subire, in fase di adattamento, delle piccole modifiche all’impostazione e delle pesanti “depurazioni”, perché il materiale letterario dallo scrittore era troppo gore e “raw” (crudo), oltre che dispendioso da realizzare. Ad esempio, il mostro immaginato dall’autore aveva la testa con una forma che ricordava il glande, come spiega lo scrittore stesso nel documentario Clive Barker: The Art of Horror di Christopher Hollan del 1992: «[…] is essentially about a nine-foot phallus on the loose […]». E tale impudica fisionomia alimentava la prospettiva libidinosa, cioè uno degli aspetti cardine della letteratura barkeriana. Inoltre lo scrittore, nel racconto, si prodigava nel discettare sullo stato di “salute” dei paesini inglesi, ormai conquistati da londinesi in cerca di pace bucolica; descriveva le truculente uccisioni dei bambini, dando al mostro un’aurea da tipico orco da “favola nera”; inseriva una donna con le mestruazioni che moriva in modo “ridicolo”; descriveva con divertimento la benedizione del sagrestano Declan ad opera del mostro attraverso una copiosa minzione. E tra tutte queste “finezze”, Barker soprattutto si divertiva a tratteggiare i personaggi della vicenda come degli idioti, in modo tale che tra le sanguinolente pagine della narrazione fosse fortemente presente, allo stesso tempo, una parodia del genere. Però di tutto questo efferato e beffardo materiale resta poco: i caratteri dei personaggi restano stolti, ma le inespressive interpretazioni degli attori non fanno capire la funzionale sfumatura originale; la minzione che consacra il sagrestano c’è, però è filmata in campo lungo; e riguardo all’eccidio degli infanti, rimane solo l’uccisione di un bambino, cioè quella del figlio del protagonista, che però avviene fuori campo.

Il problema maggiore del film, però, al netto che la storia abbia dovuto subire un grosso smussamento, con il conseguente depauperando del ricco materiale originario, è la misera messa in scena. Non solamente in tutte le scene si ode il Low Budget, ma quello che manca è una sapiente regia che sappia costruire l’orrore e la suspense anche disponendo di quel poco. George Pavlou, che aveva esordito nel 1985 con Underworld, altro sconfortante horror tratto da un altro racconto di Barker e sceneggiato dal medesimo, nemmeno con Rawhead Rex è riuscito nell’impresa di confezionare una pellicola decente. In poche lapidarie parole, Pavlou ha un tocco registico mediocre, senza nessun guizzo, né virtuosistico né di stampo classico; e in aggiunta a ciò il regista non riesce a far emergere il sottile ma acuto Black Humour che era presente nelle pagine di Barker, e tramuta il film in un horror in cui tutto è serioso. E la manciata di scene gore, un poco esangui, non riescono a suscitare un reale raccapriccio, ma stimolano solamente risate. Questo perché da un lato la mancanza di quel sottile dileggio tratteggiato da Barker, e dall’altro la qualità degli effetti speciali. Se il make-up della creatura, di scadente plastica, è poco terrorizzante, anche gli SFX sono mediocri, simili a quelli di molto Cinema Bis italiano, come ad esempio il fascio malefico di luce rossa di pessima fattura. Quindi le anelate intenzioni di creare un horror classico con umori da B-Movies (anche a causa del budget), a risultato finale tramutano la pellicola semplicemente in un’opera velleitaria tendente al trash. Riguardando la pellicola, in modo clandestino, anche a distanza di tempo, con la avvenuta decantazione del materiale filmico, rimane arduo rivalutare anche un poco il film di Pavlou, proprio per i vistosi errori di realizzazione. Quindi, alla fine, l’unico merito di Rawhead Rex è stato quello di spingere Clive Barker a realizzare cinematograficamente da sé le sue opere più sentite, come il successivo Hellraiser o il grottesco, seppur imperfetto, Cabal (1989).

Roberto Baldassarre