Return to Montauk

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

No, il faro no!

In qualità di evento cinematografico più importante di tutta la Germania, la Berlinale necessita ovviamente, ogni anno, di un tot di lungometraggi di produzione tedesca – diretti da nomi parecchio in vista – presenti all’interno del concorso. Questo, si sa, è un dato di fatto. Lo stesso fenomeno sciovinistico d’altronde, accade anche al Festival di Cannes, così come alla Mostra del Cinema di Venezia, giusto per ricordare le più importanti manifestazioni cinematografiche. A quanto pare, dunque, è questa l’unica possibile giustificazione alla presenza di un lungometraggio come Return to Montauk, diretto dall’ormai irrecuperabile Völker Schlöndorff, all’interno dei film in corsa per l’Orso d’Oro alla 67° edizione del Festival di Berlino. Malgrado, infatti, un più che promettente inizio di carriera, a quanto pare il buon vecchio Völker sembra non azzeccarne una giusta, da un bel po’ di anni a questa parte. Ad ogni modo, in occasione dell’ultima Berlinale, ha ben pensato di regalarci una storia originalissima, con una messa in scena per nulla retorica e neanche l’ombra di banali luoghi comuni. Peccato, però, che il risultato finale sembri non rappresentare del tutto le iniziali intenzioni dell’autore stesso. Ma andiamo per gradi.
Ci troviamo a New York, dove l’acclamato scrittore Max Zorn – ormai non più giovanissimo – è appena arrivato con la moglie per presentare il suo ultimo romanzo, che parla di un vecchio amore finito male. Il caso vuole che la sua antica fiamma – un’avvenente avvocato di origini tedesche – lavori e viva proprio a New York. I due, ovviamente, si incontreranno e decideranno di trascorrere un fine settimana insieme a Montauk, località sul mare dove erano soliti passare parecchio tempo insieme. Sarà ancora amore o soltanto nostalgia dei tempi passati?  Comunque vadano le cose, arriveremo ad un punto in cui il destino dei due protagonisti finirà per non interessarci minimamente. Soprattutto perché il grande problema è che un lungometraggio come Return to Montauk è un vero e proprio concentrato di banalità e luoghi comuni come non se ne vedevano da anni.
Dopo un iniziale primissimo piano di Stellan Skarsgård che parla del suo libro, della sua infanzia e del rapporto con suo padre (incipit, questo, che inizialmente farebbe anche ben sperare in qualcosa di interessante), ecco che prendono il sopravvento, dunque, una storia ai limiti della banalità – priva anche di un’approfondita e necessaria riflessione introspettiva – una colonna sonora decisamente disturbante (la scena madre in merito è rappresentata dalla scena in cui Max/Skarsgård reincontra il suo amore di gioventù ed un gruppetto di violini inizia a suonare una melodia talmente sdolcinata da chiedersi se si stiano prendendo sul serio o meno) e, dulcis in fundo, delle ambientazioni che hanno quasi del mocciano, giusto per essere cattivi quanto basta. Una chicca di tutto rispetto, a tal proposito, è rappresentata, durante una scena in cui i due amanti passeggiano sulla spiaggia completamente deserta, dalla presenza di un faro in riva al mare. E crediamo che, a questo punto, non ci sia null’altro da aggiungere in merito.
La cosa che maggiormente lascia basiti è che, di fatto, un autore come Völker Schlöndorff di talento ne ha eccome. E infatti, da un punto di vista prettamente registico, Return to Montauk è un film pressoché perfetto. Peccato, però, che quel disturbante senso di obsolescenza presente nelle ultime opere del cineasta tedesco sia stato qui portato all’estremo in modo irrecuperabile. C’è solo da augurarsi un eventuale (ma improbabile) ritorno alle origini, a questo punto. E, nel frattempo, continueremo a sognare vecchi tamburi di latta.

Marina Pavido