Raccolto amaro

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  • VOTO 6

L’Holodomor spiegato agli occidentali

Il totalitarismo sovietico, una delle grandi fucine di orrori del Novecento, abbonda di eventi tragici che per decenni sono stati negati, rimossi o semplicemente poco analizzati. Tra questi l’Holodomor rappresenta senz’altro una delle più terrificanti pagine della Storia moderna, sia per la portata della tragedia che per i tratti disumani che la caratterizzarono. Per fortuna oggi non vi sono più remore ideologiche che impediscano di parlarne liberamente.
Tuttavia, forte è il sospetto che la popolazione dei paesi occidentali e in particolare quella italiana non sappia, generalmente, cosa accadde davvero in Ucraina agli inizi degli anni’30. Al pari di quanto constatato per il vergognoso genocidio armeno, noto anche come Medz Yeghern, che avvenne nei territori dell’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale, anche per l’Holodomor il rischio di vederne minimizzati l’impatto devastante sulla società ucraina e la ferocia di fondo non è affatto trascurabile. Ben vengano allora iniziative come Holodomor 1932-1933. L’eccidio degli ucraini per fame – La storia dimenticata del Novecento, una duplice giornata (22- 23 Novembre 2018) dedicata qui a Roma alla memoria dell’Holodomor nell’85° anniversario della strage. E sempre nell’ambito di questo doppio appuntamento il 22 novembre, al Cinema Farnese, ha avuto luogo la proiezione in anteprima nazionale di Raccolto amaro, lungometraggio di George Mendeluk acquisito per la distribuzione nelle sale italiane dalla P.F.A. Films Srl, che lo dovrebbe lanciare poi a marzo.

Il pubblico, all’interno del quale era riconoscibile una folta presenza ucraina, è stato accolto all’ingresso del cinema Farnese da una serie di pannelli esplicativi, ove si è tentato di riassumere le diverse tappe dello sterminio pianificato da Stalin e dai vertici del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. L’espressione ucraina moryty holodom (Морити голодом) proprio questo vuol dire, ammazzare la gente affamandola fino alla morte. E quella che si abbatté sul “granaio d’Europa” non fu certo una carestia naturale. Nonostante ciò che sono solite affermare, in virtù del loro persistente accecamento ideologico, certe fonti revisioniste di chiaro orientamento stalinista. Già dalla seconda metà degli anni ’20, morto Lenin, le milizie bolsceviche avevano cominciato ad adoperarsi per reprimere ulteriormente le velleità autonomistiche della popolazione ucraina, che al termine della Prima Guerra Mondiale (si pensi all’ammirevole tentativo dei “machnovisti”) aveva manifestato il desiderio di sottrarsi alla morsa dello Zarismo in bel altro modo, provando cioè a salvaguardare quelle istanze democratiche e quei tratti specifici nazionali che lo stivale sovietico s’apprestava a schiacciare brutalmente: si stava perciò dando inizio alla persecuzione degli intellettuali, agli arbitrari processi politici, all’eliminazione sistematica dei cosiddetti kulaki, contadini abbienti spogliati di tutte le loro proprietà e deportati all’occorrenza in Siberia. Qualche accenno di rivolta nelle campagne vi fu pure. Ma rappresentò soltanto il preludio della fine. Stalin, che disprezzava profondamente gli Ucraini, aveva già programmato di assoggettare completamente quei floridi territori per rafforzare il gigante sovietico sia sul versante agricolo che attraverso parossistici progetti di espansione industriale. E risolse la questione nel modo più atroce: tra il 1932 e il ’33 i Bolscevichi imperversarono ovunque sequestrando alla popolazione qualsiasi bene, dai raccolti alle proprietà personali, dalle pur minime quantità di cibo alle risorse necessarie ad acquistarli, arrivando a giustiziare o a punire con crudeltà e inusitato cinismo chiunque contravvenisse alle regole assurde, disumane, che erano state imposte. Lo scempio fu assoluto. Storici ed esperti di questioni demografiche si dividono giusto sull’entità di tale morìa, considerando che a causa delle direttive staliniane, tese a controllare eventuali fughe di notizie e a reprimere qualsiasi forma di dissenso, la stessa conta delle vittime risulta difficile. Ma sono comunque cifre da brividi: tendenzialmente si oscilla tra un milione e mezzo di perdite umane nella stima effettuata da Wheatcroft e le iperboliche ricostruzioni di alcuni studiosi ucraini, che oscillano intorno ai 10 milioni di morti in virtù di curve demografiche anomale e di decessi imputabili negli anni successivi all’indebolimento fisico.

Detto questo, occorre ammettere che i meriti del film realizzato per ricordare tale genocidio non vanno di molto oltre il valore testimoniale di base e l’accuratezza nel rievocare gli eventi, giacché l’impianto drammaturgico appare carente sotto molteplici punti di vista. George Mendeluk, regista canadese nato in Germania che ha frequentato finora diversi generi, tra cinema e serie televisive, ha tentato qui di omaggiare le proprie origini ucraine affrescando la vita di un villaggio colpito negli anni ’30 dalla tragedia, senza riuscire però a dosare le emozioni nel modo giusto. Il prologo stesso, incentrato sulla vita della pacifica ma orgogliosa comunità contadina quando il potere sovietico non si era ancora insediato e i protagonisti del racconto erano bambini, vorrebbe essere un omaggio alla bellezza delle tradizioni locali, ma eccedendo nel pittoresco finisce per privilegiare la dimensione folclorica, con un tocco hollywoodiano per non dire addirittura disneyano nella confezione. Quando poi i Bolscevichi fanno irruzione nel villaggio e gli episodi più truci hanno luogo, l’impressione è che la narrazione sia costantemente sopra le righe, al pari degli interpreti, standardizzando la denuncia dei crimini compiuti da Stalin (che compare in alcuni siparietti a Mosca, girati anch’essi con uno stile troppo da sceneggiato televisivo) e dai suoi sottoposti, invece di concedere il giusto risalto alla drammaticità degli eventi. Davvero un peccato, anche considerando il cast imbottito di nomi validi, da Terence Stamp a Samantha Barks fino al protagonista Max Irons, figlio del grande Jeremy Irons. Se da un punto di vista cinematografico Raccolto amaro, così ingessato e didascalico, non riesce ad imporsi con la dovuta personalità, il consiglio resta quello di confrontarsi comunque con tale visione per il suo potenziale divulgativo. Difatti la pagina di Storia narrata merita in qualsiasi caso di essere conosciuta e approfondita, nella sua sconvolgente crudezza.

Stefano Coccia