Rabbia furiosa – Er Canaro

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Homo homini canis

Pur nella loro evidente diversità, c’è qualcosa che accomuna lo straordinario Dogman di Matteo Garrone e la genuina, magari ingenua e comunque grandguignolesca ferocia del film di Stivaletti, Rabbia furiosa – Er Canaro: la volontà di discostarsi dal dato cronachistico, pur inglobandolo, per virare poi decisamente verso una determinata mitologia urbana, verso un lessico antropologico fatto di pulsioni violente, rapporti morbosi, lividi antieroi e motivi di forte instabilità personale e sociale, radicati in un territorio abbandonato a se stesso; quasi fosse un far west metropolitano, le cui leggi non scritte superano di gran lunga per importanza qualunque altro codice di comportamento. Er Pugile da un lato, Er Canaro dall’altro, diventano così lo Yin e Yang di questo universo malsano. Per il resto, sia Garrone che Stivaletti hanno avvertito il bisogno di alterare le coordinate spazio-temporali del racconto, per costruire ognuno il proprio set. Nessuno dei due fim risulta infatti ambientato in quelle zone depresse della Magliana Nuova che nel 1988 furono teatro della vicenda. E gli stessi affari sporchi di cui si parla in continuazione vengono saldati in Euro, non in Lire, come a sancire un altro grado di separazione.

Detto questo, rispetto alla più raffinata lettura psicologica di Garrone il film di Sergio Stivaletti prende da subito un’altra direzione, coerentemente con la passione per il cinema di genere dell’autore, tra i più grandi esperti di effetti speciali. Considerando poi quanto abbiano inciso nell’immaginario popolare le torture che Pietro De Negri detto er Canaro affermava, smentito in parte dalla successiva autopsia, di aver compiuto sul corpo del suo persecutore divenuto vittima, l’orizzonte degli eventi di Rabbia furiosa – Er Canaro diventa necessariamente la parte conclusiva del lungometraggio, concepita visivamente tra genitali mozzati, denti sfondati, scatole craniche aperte per lavare cervelli troppo agitati e la sagoma del novello assassino destinata icasticamente ad emergere da una vasca piena di sangue. Diciamolo pure: per gli amanti del buon vecchio splatter di una volta, quello realizzato senza i banali aiutini della computer grafica, è un gran bel vedere!
Molto più discutibile, a livello di scrittura, è la scelta di affidare il progressivo degenerare del rapporto tra Pugile e Canaro non tanto al ribaltarsi di quello status di sottomissione psicologica, egregiamente sviluppato da Garrone e qui soltanto accennato, quanto piuttosto a fattori esterni quali l’assunzione di nuove droghe o l’effetto contagioso della rabbia canina, cui va incontro il protagonista. Ne esce fuori un Canaro quasi superomistico nella vendetta che nelle battute finali può lasciare perplessi. Molto meglio quando Stivaletti gioca con le atmosfere da poliziottesco anni ’70, con il linguaggio (verbale e non) delle borgate, con contrasti umani il cui retroterra un po’ lombrosiano non stona affatto. E di sicuro nella ricostruzione di un clima del genere l’aiuto più grosso è arrivato da quel cast bello ruspante, ben amalgamato, che ha proprio nei due protagonisti Riccardo de Filippis e Virgilio Olivari un indiscutibile punto di forza.

Stefano Coccia