Quinta Parete: Cinema e Teatro (2)

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Dogville

Regia: Lars von Trier
Titolo originale: id
Cast: Nicole Kidman, Paul Bettany, Lauren Bacall
Genere: drammatico
Durata: 135′
Soggetto e sceneggiatura: Lars von Trier
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Molly Marlene Stensgaard
Scenografia: Peter Grant

Raramente un regista europeo  è riuscito a sfuggire al fascino di Hollywood. Il danese Lars von Trier rappresenta una singolare eccezione. La maggior parte dei cineasti d’Europa vola oltreoceano per partecipare a produzioni prestigiose alla base di pellicole poco brillanti in quanto a originalità. Lars von Trier, unico regista dei suoi film, continua a sperimentare attraverso l’arte del cinema. La camera posizionata in un cielo inesistente, prima inquadratura del film Dogville, potrebbe essere il giusto controcampo all’ultimo sguardo su Le onde del destino, là dove le campane divine suonano tra le nuvole canonizzando l’eroina sacrificatasi sull’altare dell’amore. L’immaginifica cittadina americana di Dogville, ripresa dall’alto, è un set teatrale pavimentato di nero parquet. Esso è percorso da linee tracciate con vernice bianca a demarcare il perimetro di case invisibili arredate con mobili rudimentali. Ciascun film di von Trier si presenta come una favola, una leggenda sulla natura umana. Egli trae ispirazione dal giovane Brecht, quello imbevuto di romanticismo dell’ Opera da tre soldi. Comuni al drammaturgo di Augusta  sono struttura episodica e forma narrativa. Il film, diviso in nove capitoli, un prologo e un epilogo,  racconta le vicende di una giovane donna di nome Grace (una superba Nicole Kidman). Braccata da gangster e polizia, ella approda in una piccola città tra le Montagne Rocciose: Dogville. Ad incontrarla per primo è Tom. L’uomo, affascinato da lei, consulta gli altri abitanti per permetterle di trattenersi nella cittadina. Dal primo all’ultimo, tutti i membri della piccola comunità sono i protagonisti ideali di un feuilleton romantico: Tom (Paul Bettany), il giovane attivista intellettuale e sentenzioso; suo padre, medico ipocondriaco in pensione (Phillip Baker Hall); il vecchio cieco Jack McKey (Ben Gazzara); Vera (Patricia Clarkson), madre di famiglia erudita e benpensante, suo marito Chuck il coltivatore di mele (Stellan Skarsgård)  e i loro sette figli; June, una cameriera di colore (Shauna Shim) e sua figlia, l’inferma Olivia (Cleo King); gli Hanson madre (Blair Brown) e padre (Jean-Marc Barr), smerigliatori di vetro e i loro due figli, Bill (Jeremy Davis) e Litz (Chloe Sevigny); Ben il camionista (Zeljco Jvanek); Marta (Siobhan Fallon) la devota; Ma Ginger ( Lauren Bacall) e sua cugina Gloria (Harriet Andersson) alla gestione dell’unico negozio presente a Dogville. A Grace sono concesse due settimane per dimostrare alla gente del posto le proprie buone intenzioni. Uno per uno gli abitanti si affezioneranno a lei, donandole fiducia e amicizia. Intrusioni occasionali da parte della polizia annunciano successivamente che la donna è una ricercata, una ladra e un’assassina. Nel popolo di Dogville si diffonderà rapido il germe  del dubbio, un sospetto capace di trasformare angeli in mostri. La scena più straziante dell’intero percorso filmico è quella in cui Stellan Skarsgard stupra Nicole Kidman. Egli è visibile a tutta la gente di Dogville e  nonostante questo, come il resto degli abitanti, svolge il suo crimine al riparo, ignaro degli altri. Le case, prive di pareti, denudano la disumanità della gente, vivisezionata nella propria essenzialità. Un silenzio omertoso avvolge l’ipocrita cittadina. Gran parte della violenza attuata a Dogville è l’esemplificazione di un male che può verificarsi ovunque date le giuste circostanze. Se due terzi del film narrano la sopraffazione della massa sul singolo, il rimanente mostra una vendetta a cui nessuno potrà sopravvivere. Il tema della vendetta è ispirato a von Trier da una canzone di Brecht, tratta dall”Opera da tre soldi”: “Pirate Jenny”.  Il brano racconta di una serva in una locanda.

La donna canta e attende l’arrivo di una nave che sta per attraccare. All’approdo i pirati bombardano la città. Il loro capo è Jenny in persona. Ella punisce gli abitanti del posto, rei di averla maltrattata. Come gli abitanti di Dogville, la gente della piccola cittadina narrata da Brecht  non sa chi sia quella ragazza né da dove provenga. La sua vera identità sarà foriera di morte comune. (https://www.youtube.com/watch?v=QDbj4FCRMHA)
von Trier è come un ingombrante e moderno Prospero: dopo aver utilizzato tutto il potere magico a sua disposizione, è pronto a rinunciarvi. Egli abbandona tutti gli artifici propri del cinema per dar vita a un soggetto meramente teatrale. L’essenzialità scenografica focalizza l’attenzione  dello spettatore sulla performance recitativa e quindi sul contenuto della storia narrata. I margini delle strade, il perimetro delle case sono dipinti di bianco, indicativo di una scena del crimine in cui dei cadaveri rimossi resta solo un contorno disegnato. La messa in scena si rivela una vera e propria macchina pensante atta a designare e denunciare. Tramite un perfetto uso della profondità di campo von Trier ci offre quella magnifica inquadratura di Grace allungata tra le mele sul pavimento del camion. La donna, coperta da un tendone, ci è rivelata in semitrasparenza quale icona di innocenza sacrificata. L’autore utilizza il palcoscenico allo stesso modo in cui un insegnante sfrutta la propria lavagna, con lo scopo di mostrare qualcosa al pubblico: gli sfruttati e gli abusati conoscono un limite di sopportazione. Al di là di quell’”oltre” non resta che agire vendicandosi. Il film si avvale di uno stile epico tramite l’utilizzo di un narratore. Egli (il recentemente scomparso e compianto John Hurt) commenta l’azione, tessendo un contrappunto tra i vari episodi del film. Man mano che si procede, la voce narrante dà il tempo ai tasselli della storia di adattarsi l’un l’altro. von Trier prende in prestito la capacità tutta brechtiana di farsi cantore dei conflitti interiori dell’uomo. E allo stesso tempo il cineasta attinge al teatro di quel William Blake che fece delle sue opere un luogo ideale per lo scontro tra bene e male, contenuto e forma, realtà e apparenza (temi cari allo stesso Shakespeare).  L’autore porta in scena con crudezza la sua sfida personale contro il Cristianesimo. Egli narra l’avvento di Grace (la Grazia) prima e dopo la caduta dell’Uomo. Tutta l’opera è puntellata di riferimenti religiosi tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento. Per la maggior parte del film, Grace sembra fare proprio il principio di “porgere l’altra guancia”. Inizialmente ella subisce senza lamentarsi. Soltanto nell’ultima parte del film la donna cambia atteggiamento, solo allora ella sceglie e la sua scelta è quella dell’”occhio per occhio”. La protagonista deve decidersi tra il restare a Dogville sacrificandosi con arrendevolezza alla brama d’odio e di violenza dei suoi abitanti, o tornare a casa insieme al padre (James Caan), uno spietato gangster. Ella si era rifugiata a Dogville per sfuggire al mondo violento rappresentato dalla figura paterna. E tuttavia  a fine vicenda la giovane è allettata dall’idea di procurarsi vendetta. Sarà la scelta giusta? Grace, tragico angelo vendicatore, non rappresenta soltanto la forza degli eternamente sfruttati di ogni tempo, ma anche un cambiamento di atteggiamento del regista verso i suoi personaggi femminili.
von Trier ci mostra la cittadina di Dogville collocata in uno spazio claustrofobico con la precisa intenzione di raffigurare un qualcosa di molto più grande rispetto alla realtà effettiva. Pur essendo collocata tra le Montagne Rocciose, vicino a Georgetown, Dogville potrebbe essere ovunque. E tuttavia si stanzia in una connotazione fisica ben precisa, in quel luogo definito dalla corsa all’oro di appena qualche decennio prima del tempo degli eventi narrati. A quasi quindici anni dall’uscita del film, numerosi eventi mettono sotto accusa la storia americana. Il declino della popolarità dell’amministrazione Bush in seguito agli avvenimenti dell’11 settembre instaurò un clima di diffidenza nazionale non risanata dalla recente amministrazione Obama, ai suoi albori foriera di speranza e di chiarezza contro la confusione del decennio precedente. Agli americani, oggi, all’affacciarsi del nuovo governo Trump, non resta che pregare. In tutto questo una sola certezza: indipendentemente dallo schieramento politico, il punto è che la solidarietà degli Stati Uniti ha di nuovo iniziato a sgretolarsi. Detto ciò, è assolutamente necessario che Dogville sia collocata in America e rappresenti l’America. Questo perché, comunemente, l’America incarna l’apice della cultura occidentale. Gli Stati Uniti, paese individualistico per eccellenza, rappresentano la sede ideale per Dogville, tela perfetta di un film ricco di fascino e cagione d’allarme allo stesso tempo. Von Trier che per fobia del volo non ha mai viaggiato oltre Oceano, paragona se stesso al Kafka di “Amerika”. “Devo dire che sono molto affezionato a questa idea di Kafka, mai recatosi in America. Per me si tratta di America, anche se racconta di quel che ho visto in Europa. In qualche modo l’America è una tela che è sempre possibile utilizzare”. Gli Stati Uniti, culla del self-made man, rappresentano l’esaltazione del singolo contro la massa. Lo scopo del film è quello di illustrarci come una singola cellula sviluppatasi in un organismo predisposto si possa ammalare di puro individualismo e infine soccombere al male assoluto. Con Dogville, von Trier percorre la linea di un delicato confine: tra l’immagine di un intero Paese tramite l’evocazione allegorica e l’utilizzo di un luogo astratto quale configurazione di uno scontro tra ideologie. Grace al culmine della propria disperazione confida a Tom: “Sono arrivata qui piena di idee e di stupidi pregiudizi”. Nel capitolo successivo il Cielo copre di neve la cittadina di Dogville. Il manto immacolato avvolge ogni cosa di uno strano chiarore andando a tessere un istante di puro cinema, quello in cui Grace incontra il suo Orto degli Ulivi e il suo Giuda (Tom). E tuttavia ella non è stata abbandonata dal Cielo. Esso veglia su di lei, l’accompagna nella sua sofferenza annunciandole che i suoi tormenti stanno per finire. La sequenza finale è sopraffatta dal fuoco. Fiamme incandescenti invadono lo schermo tra raffiche di proiettili. I titoli di coda, sulle note di “Young Americans” (David Bowie),  mostrano foto d’archivio a colori di un’umanità ai margini: immigrati, senzatetto, bambini e adulti alle soglie della povertà più assoluta. Tutti volgono lo sguardo in macchina per un muto rimprovero alla loro nazione. Dogville è un film magistrale, inquietante per la forza delle sue argomentazioni, impreziosito da una messa in scena innovativa, affascinante nella forma, reso unico dai suoi interpreti-leggende della storia del cinema cui Lars von Trier rende un commovente omaggio.

Chiara Roggino