Questione di karma

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Quando neanche il karma può aiutarci

Quando ormai tutto sembra stato detto e scritto, quando ormai la nostra società è stata raccontata più e più volte, quando ormai si è cercato di far ridere lo spettatore medio in ogni modo, mettendo in scena la più semplice quotidianità, ecco che, per forza di cose, bisogna ricorrere a diversi espedienti, al fine di non proporre ogni volta sempre lo stesso prodotto. E no, non stiamo parlando, in questo caso, della nostra tanto amata commedia all’italiana dell’epoca post neorealista, a cui siamo tanto affezionati. Ciò a cui qui ci riferiamo sono, in realtà, tutte quelle commedie su cui sembrano puntare i maggiori produttori e distributori nostrani, al fine di rimpolpare le casse. E, dunque, cosa ci si può inventare – dopo che già tutto sembra essere stato detto più e più volte – per far sì che il prodotto di turno possa in qualche modo distinguersi dalla massa? Una delle ipotesi, ad esempio, potrebbe essere la scelta di inserire all’interno dello script elementi soprannaturali. O, comunque, che rimandino in un modo o nell’altro al soprannaturale. È stato questo, dunque, il tentativo messo in atto dallo sceneggiatore Edoardo Falcone – qui alla sua seconda opera da regista dopo Se Dio vuole (2014) – nel dare vita a Questione di karma.
Ecco, dunque, aprirsi le danze. Giacomo è rimasto segnato dal suicidio del padre – ricco industriale – quando era ancora un bambino. Il giovane, romantico e sognatore, sembra poco avvezzo alle faccende riguardanti l’azienda famigliare e preferisce coltivare le proprie passioni. Un giorno, dopo essere entrato in contatto con un noto esoterista francese, scopre che suo padre si è reincarnato nel giovane Mario, truffatore interessato soltanto ai soldi ed indebitato con mezza città. In seguito al loro incontro, sia la vita di Giacomo che quella di Mario prenderanno una piega diversa.
Bisogna ammetterlo: al di là della banalità delle svolte narrative e – più in generale – del prodotto in sé, alcuni espedienti comici (in particolari quelli riguardanti il personaggio di Ernesto, vicino di casa di Mario, interpretato da Massimo De Lorenzo) sono decisamente riusciti. Se non altro perché, grazie all’esagerazione ed all’esasperazione riescono in qualche modo a spiazzare lo spettatore. Quello sì. Il vero problema, in realtà, di un lungometraggio come Questione di karma è, di fatto, proprio lo script. Non vi è alcun tentativo di tentare qualcosa di nuovo, di andare oltre i soliti schemi. Nemmeno quando alcuni snodi narrativi sembrano suggerirlo (vedi, ad esempio, il momento in cui due strozzini sparano a Mario). Il risultato finale è un lavoro che sembra in tutto e per tutto somigliare alle numerosissime commedie degli ultimi anni, che ci raccontano le vicende, assurde o meno, di famiglie della medio/alta borghesia, dai toni smaccatamente buonisti e pregni di imbarazzanti luoghi comuni. Al punto da divenire quasi fastidiosi. Stesso destino, dunque, sembra toccare a Questione di karma, dove, peraltro, nemmeno interpreti del calibro di Fabio De Luigi, di Elio Germano, così come di Stefania Sandrelli e di Isabella Ragonese (che in ben altre occasioni hanno spesso dato prova del loro talento) sembrano essere in qualche modo valorizzati, ma, al contrario, proprio a causa di dialoghi estremamente finti e prevedibili, risultano anch’essi talvolta poco credibili.
Niente da fare, dunque. Anche stavolta pare proprio che un vero e proprio salto di qualità alla commedia nostrana non lo si voglia proprio far fare. Ma, alla lunga, dove può portare questo circolo vizioso in cui sembra essere entrato il nostro cinema? Si spera, almeno nei prossimi anni, in una decisiva svolta in merito.

Marina Pavido