Pre-Crime

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Prevenire è sempre meglio che curare

In un ipotetico futuro l’umanità ha completamente eliminato gli omicidi e la maggior parte delle azioni criminali. Ciò è possibile grazie all’istituzione della polizia Precrimine, che utilizza dei veggenti in grado di prevedere il futuro, i precog (abbreviazione di precognitivi), per sventare i crimini prima che questi possano essere commessi.
Questo è ciò che ipotizzava Philip K. Dick nel 1987, anno in cui nelle librerie di mezzo mondo faceva la sua comparsa la monumentale raccolta di racconti di fantascienza dal titolo “Le presenze invisibili”. Nel terzo dei quattro volumi che la componevano figurava tra gli altri “Minority Report”, dal quale prenderanno forma e sostanza audiovisiva prima la pellicola di Steven Spielberg nel 2002 e poi la serie televisiva omonima in dieci episodi targata Fox voluta da Max Borenstein nel 2015. L’immaginazione come si sa supera spesso la realtà, ma può capitare anche che l’immaginazione stessa sia in grado di anticipare ciò che da lì a qualche anno o decennio diventerà, nel bene o nel male, concretezza. Di conseguenza, ciò che un tempo poteva sembrare fantascienza, ora non lo è più. A dimostrarcelo puntualmente arriva ancora una volta il cinema documentaristico, con un’opera come Pre-Crime, presentato in anteprima italiana nella sezione “Panorama Internazionale” della terza edizione di Visioni dal Mondo, dopo le precedenti e apprezzate apparizioni pubbliche ai Festival Hot Docs di Toronto e DOK.Fest di Monaco di Baviera.
Nel film, il duo tedesco formato da Monika Hielscher e Matthias Heeder si interroga sulla possibilità concreta di impedire l’omicidio pianificato attraverso l’utilizzo delle moderne tecnologie. Ogni giorno, infatti, computer e telecamere catturano dati per analizzarli, al fine di combattere e prevenire il crimine organizzato. Siamo costantemente osservati e monitorati dalle nuove tecnologie: a quanta libertà siamo pronti a rinunciare in cambio della promessa di una totale sicurezza? Pre-Cime ci porta a Chicago, Londra, Parigi, Berlino, Monaco e in altre città per mostrare le tecniche della polizia investigativa in azione, per indagare sulle loro opportunità e sui rischi che comporta, e per incontrare chi le utilizza e coloro che ne sono stati vittime.
In tal senso, la pellicola è al tempo stesso una riflessione a voce alta sull’uso legale o distorto delle suddette tecnologie, sul limite oltre il quale non si dovrebbe andare quando si decide di usufruirne in termini di monitoraggio e soprattutto sulla violazione della privacy; tema, quest’ultimo scomodo e attualissimo, sul quale sia il cinema del reale che quello di finzione si stanno sempre di più interrogando (vedi ad esempio il documentario vincitore dell’Oscar di categoria Citizenfour di Laura Poitras, al quale seguirà lo Snowden di Oliver Stone). Dunque, in Pre-Crime si consuma la dicotomia tra sicurezza nazionale e diritto alla privacy, che la coppia tedesca affronta con neutralità, ossia senza prendere una posizione piuttosto che un’altra, lasciando di conseguenza allo spettatore di turno la possibilità di maturare nel corso e nel post fruizione una propria idea sull’argomento in questione. Per farlo si affidano interamente a un collage corale di voci e volti appartenenti a specialisti del settore, reporter, rappresentati delle forze dell’ordine in servizio e in pensione, docenti universitari, giudici, informatici e anche ad alcune delle vittime di questa discussa politica di previsione basata interamente su una classificazione di pericolosità di un dato soggetto, resa possibile da una raccolta di dati ad esso legati inseriti poi in un algoritmo. La visione della pellicola rende possibile e apre un contraddittorio, che spalanca a conti fatti le porte a una serie di accese riflessioni e di nuovi interrogativi. Sta allo spettatore decidere a quanti e a quali agganciarsi. Ma alla fine la morale della “favola” è una e una sola: può un software stabilire se si è un buon o cattivo cittadino? Il sistema è veramente infallibile? Allo spettatore l’ardua sentenza.
Nonostante, i testimoni chiamati in causa e le rispettive occupazioni possano apparire sulla carta di natura estremamente specialistica, Hielscher e Heeder riescono però, con merito, a trarne una narrazione accessibile a tutti, con i tecnicismi che non sbarrano mai la strada della comprensione al pubblico, diversamente da quanto accaduto ad Alex Gibney nel suo Zero Days. Nel documentario diretto dal collega statunitense, i tecnicismi creavano spesso degli ostacoli, cosa che in Pre-Crime avviene salvo alcune rarissime eccezioni solo di rado. In tal senso, la chiarezza regna sovrana nell’arco dei novanta minuti circa di fruizione, anche quando ci si trova in presenza di spiegazioni e analisi tecniche riguardanti il funzionamento e l’utilizzo del suddetto software. E questo è un merito che va riconosciuto e sottolineato dell’opera. Semmai, il problema sta nella lunghezza della timeline, che appare in certi passaggi eccessivamente dilatata a causa di digressioni e reiterazioni di concetti più volte espressi. Altro neo è la rottura o la sospensione momentanea del realismo che fanno capolino nella narrazione in più di un’occasione, in primis quando i registi inseriscono nella timeline evidenti situazioni manipolatorie e costruite a tavolino (vedi ad esempio il fermo notturno da parte di una pattuglia della polizia tedesca di un sospetto di origini turche, oppure la visita a casa delle forze dell’ordine di Chicago a un afro-americano ritenuto pericoloso).
Per il resto, la confezione è dal punto di vista visivo di forte impatto, merito delle numerose soluzioni tecniche messe in campo dalla coppia tedesca, valorizzate in fase di finalizzazione del montaggio. L’uso costante e funzionale dei droni ci restituisce immagini dall’alto davvero spettacolari che, mescolate con il resto degli hardware a disposizione, restituiscono sullo schermo un’efficacissima pluralità di sguardi. Peccato solo per alcune scelte fatte in fase di montaggio che, nell’economia globale dell’impianto architettonico della messa in quadro, risultano dei vezzi stilistici ai quali si poteva tranquillamente fare a meno, ossia il mostrare il backstage delle interviste oppure la scelta di proiettare estratti di interviste su facciate di palazzi.

Francesco Del Grosso