Praça Paris

0
6.0 Awesome
  • voto 6

Squarci urbani e umani nel Brasile odierno

Il Brasile è una polveriera sempre pronta a prendere fuoco ed esplodere. Quest’immenso paese dell’America Latina, che dal 2000 è una delle potenze economiche mondiali, è sempre in un perenne stato di agitazione, nervosismo e angoscia. Come aveva già analizzato Jacques Lambert, nel suo noto saggio “Os dois Brasis”, descrivere il Brasile è difficilissimo, essendo uno stato stratificato di contraddizioni sociali, politiche ed etniche. Dal 7 settembre 1822, data della dichiarazione d’Indipendenza, questo paese ha vissuto lunghi periodi di dittature (l’ultima durò dal 1964 al 1985) seguiti da effimeri momenti di labile democrazia. Alle ultime elezioni presidenziali del 2018, dopo un burrascoso periodo nato con l’impeachment di Dilma Rouseff e un governo capeggiato temporaneamente dal destrorso Michel Temer, ha vinto con una massa di voti Jair Bolsonaro, politico che ai comizi non ha nascosto di voler applicare una politica para-fascista. Aleggia sul presente/futuro del Brasile il fantasma di una nuova dittatura, e quello che è certo è che il divario tra ricchi e poveri sarà nuovamente ampio.

Praça Paris di Lucia Murat, visto al Festival Cineuropa#32, seppure sia stato realizzato prima delle elezioni presidenziali, fiuta questo clima oppressivo e lo mostra nella sua essenza. Dietro la narrazione principale e l’andamento da thriller, si vede la città di Rio de Janeiro – particella urbana che rappresenta il Brasile – che vive con difficoltà i problemi collettivi. Se le favelas sono delle conclamate “giungle” rischiose, anche il centro della città, luogo che dovrebbe rappresentare la civiltà, non garantisce una tranquillità. I poliziotti pattugliano le strade, e non lesinano atteggiamenti violenti per imporre il potere, più che la legge (come dimostra la scena dell’interrogatorio manesco impartito a Gloria). Per mostrare questo decadente stato sociale, la regista Murat, sceneggiatrice assieme a Raphael Montes, sceglie come protagonista una giovane donna straniera, proveniente dal Portogallo, che può valutare dall’esterno i conflitti che affliggono il paese. Analizzando – la protagonista Camila è psicologa – la proletaria Gloria, che vive in una favela ed è di colore nero, comprende che le problematicità sono difficilissime da scardinare, avendo profonde radici nel passato (un padre violento e incestuoso, e una società assente nell’aiutare gli abietti). Il rapporto tra le due donne, di estrazione culturale, ceto economico, colore e fisico differente – e che si colora, da parte di Gloria, di sfumature omosessuali –, servirà ad ambedue per chiarire che c’è la possibilità di un cambiamento, per lo meno, per loro stesse. Praça Paris, titolo enigmatico per chi non conosce Rio de Janeiro, è un immenso parco che era un pezzo di un vastissimo progetto (del 1926) per la riqualificazione della città, ma che rimase a metà. La regista Murat prende questo luogo come metafora per rilevare che il Brasile è un immenso cantiere che distrugge e costruisce ciclicamente, senza una logicità e un giusto fine ultimo. Peccato che quest’analisi sociologica femminile brasiliana, e nel fondo finanche un’osservazione urbana, si faccia inutilmente pesante verso la fine, in cui il dramma deve sgorgare forzatamente.

Roberto Baldassarre