Planetarium

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4.0 Awesome
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Mancanza di spirito, se ci sei batti un colpo!

Già proiettato a Roma il 6 aprile nel corso di Rendez-Vous: Nuovo Cinema Francese, arriva nelle sale italiane un lungometraggio transalpino reduce anche dalla Mostra del Cinema di Venezia 2016, Planetarium di Rebecca Zlotowski, nel quale l’esile traccia offerta da alcune sedute spiritiche si trasforma ben presto in una stratificata riflessione meta-cinematografica. Siamo forse dalle parti di Effetto notte? Non proprio. Alla leggiadria di un Truffaut si sostituisce qui quella verbosità ridondante, quella pretenziosità, da cui pare essere affetta una parte non trascurabile della produzione francese contemporanea.

Peccato per il cast, peccato per lo spunto iniziale. Planetarium si apre infatti con alcuni elementi e atmosfere di natura tipicamente “mistery”: le deliziose Natalie Portman e Lily-Rose Depp interpretano rispettivamente Laura e Kate Barlow, due giovani sensitive americane in viaggio attraverso l’Europa, che, al loro arrivo nella Parigi inquieta degli anni ’30, finiscono per essere notate dall’intraprendente, ed assai influente André Korben, produttore cinematografico di lungo corso. A lui spetterà l’azzardo di trasferire il loro speciale talento (e la relativa presenza scenica) su un set cinematografico. Come alla ricerca dell’impalpabile…
Ecco, a sintetizzare così certi aspetti della trama, si potrebbe persino ipotizzare che il film comunichi poi tensione, mistero, precari equilibri psicologici. Ed invece niente di tutto questo. Il velato richiamo all’esoterismo diviene al contrario uno scialbo pretesto (raramente si sono viste sedute spiritiche così noiose, sul grande schermo) per uno sconnesso, arzigogolato, sicuramente ambizioso ma anche profondamente indigesto teorema sul senso delle immagini cinematografiche. Le stesse parti meta-cinematografiche si riempiono così di sterili leziosismi. Tant’è che si ha persino il tempo di assistere ad un’apparizione sul set dell’enfant terrible del cinema francese, Louise Garrel, il quale si propone, chi l’avrebbe mai detto, nei panni di un giovane attore dall’aria anti-conformista e perennemente imbronciata. Allegria! Davvero difficile definire il suo personaggio una novità. Anche se va riconosciuto che lo stesso Garrel, coi suoi vivaci aneddoti, un po’ di euforia è riuscito a portarla almeno in conferenza stampa; laddove la regista Rebecca Zlotowski, già autrice di Grand Central (2013) e Belle épine (2010), è riuscita invece a distinguersi per qualche risposta spocchiosa e per un auto-compiaciuto, poco digeribile intellettualismo.

Verrebbe quindi spontaneo attribuirle una qualche mancanza di spirito, oltre che di spiriti, considerando che in Planetarium quella embrionale traccia metafisica, paranormale, dura giusto il tempo di cedere il testimone a più contorte speculazioni sul funzionamento dell’immaginario cinematografico e sul rispecchiarsi in esso della società circostante. Se preferiamo glissare su quanto la regista ha affermato riguardo all’eventuale parafrasi degli odierni “populismi” in Europa, tratto presente a suo dire in certe scelte narrative ed estetiche che a noi, francamente, sono parse alquanto vaghe e confuse, nel migliore dei casi scontate, ci diverte piuttosto sottolineare come tale clima di antipatia abbia contagiato, a tratti, la sala stessa: come non citare ad esempio l’altezzosa spettatrice festivaliera tutta in ghingheri, la quale, arrivata a proiezione iniziata, si è fatta subito una lunga sfilata coi tacchi di fronte allo schermo del cinema Fiamma, per poi mettersi a battibeccare con un altro spettatore, finché questi non si è visto costretto a cederle il posto? Ecco, può essere significativo che l’emozione più forte (assieme a qualche accidente rivolto da più parti alla suddetta tipa) sia arrivata, nel corso della proiezione, da un piccolo e poco gradevole evento extra-filmico.

Stefano Coccia