Ovunque proteggimi

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7.0 Awesome
  • voto 7

Tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare

Dopo il debutto lo scorso settembre al Copenhagen International Film Festival 2018 e la prima apparizione pubblica in Italia al 36° Torino Film Festival, per Ovunque proteggimi è già arrivato il momento di misurarsi con il circuito ufficiale. Ad una manciata di giorni di distanza dall’anteprima italiana nella sezione “Festa Mobile” della kermesse piemontese, l’opera seconda di Bonifacio Angius si affaccia timidamente e in punta di piedi nelle sale nostrane a partire dal 29 novembre, con la speranza di ripetere il cammino di Perfidia.

L’esordio sulla lunga distanza e il pregevole ultra-indipendente mediometraggio dal titolo Sagràscia che lo ha preceduto avevano entrambi rivelato l’indubbio talento del cineasta sardo, che con Ovunque proteggimi compie un ulteriore passo in avanti nel proprio percorso artistico. I passi sono ben visibili e riguardano soprattutto la conquista di una piena maturità estetico-formale che da acerba si fa ora consapevole. A quattro anni dal film d’esordio ritroviamo un Angius più solido e sicuro, ugualmente libero nell’esprimere al meglio la propria idea di cinema e di sviluppare i temi a lui cari come la famiglia, i legami biologici e le relazioni umane. Il tutto in una terra, la sua Sardegna, che fa da cornice e da spettatrice a storie di conflittualità e di piccole-grandi battaglie quotidiane. In un’esplosione di luce bianca, di cemento rovente, di campagne dorate e di mare che luccica in lontananza, va in scena la lotta contro se stesso e con un mondo che fa fatica a contenerne le esplosioni di rabbia di Alessandro, un cinquantenne cantante di feste di piazza, che conduce una vita quasi spericolata, tra notti insonni riempite con troppi bicchieri, troppe parole e qualche puntata alle slot. Vive con la mamma e ha le tasche bucate. Dopo essersi esibito come tutti i sabato notte per un pubblico poco riconoscente, l’uomo fa mattina al Blu Star Disco. Quando all’alba si vede rifiutare da sua madre i soldi necessari per fare il gradasso con delle ragazzine, perde la testa. Durante un ricovero coatto conosce Francesca, grandi occhi verdi, malinconici e luminosi, con modi spontanei di una bambina. Mai avrebbe immaginato che l’amore potesse tornare a fargli visita e a maggior ragione in una corsia d’ospedale. Da qui, con Francesca e il figlio di lei Antonio, avrà inizio il viaggio verso l’ultima occasione. Insieme sognano una fuga, ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, in questo caso una nave da prendere per raggiungere la Spagna, dove provare a vivere una vita “normale” e un amore sbilenco.

Angius firma una dramedy che mescola nel proprio DNA i geni del mélo e del road movie. Pur con qualche imprecisione e incertezza nella scrittura, che si palesano sotto forma di forzature nell’arco narrativo e nello sviluppo di alcune sue dinamiche, il film trova comunque il modo di superare indenne il check point della sufficienza. L’autore riesce a sopperire a tali mancanze grazie alla capacità sua e dell’opera che ne porta il nome in calce di andare a tirare fuori dalle piccole cose e da tematiche universali quel poco che serve per accarezzare e al contempo pizzicare le corde del cuore del fruitore di turno. Da quel poco, infatti, nasce tanto. L’alternanza di scene drammatiche (vedi la crisi di Alessandro che porta al ricovero coatto, il conflitto verbale tra Francesca e sua madre in casa dopo le dimissioni, lo scontro nella casa famiglia che ospita Antonio e l’epilogo sul molo) e di altrettante che ne mitigano la durezza (il primo incontro tra Alessandro e Francesca nel corridoio della clinica) sono folate di opposta natura emotiva che lasciano il segno. Ed è proprio questo passaggio di testimone tra i toni e i colori presenti sulla tavolozza a donare alla pellicola la calamita per tenere a sé il fruitore.

Ovunque proteggimi lavora con cura e delicatezza sull’evoluzioni interne dei personaggi che lo animano, animali chiusi in gabbia e feriti da una vita che sembra avere voltato loro le spalle per poi concedergli l’opportunità di una rinascita. Se ciò avverrà sarà solo la fine della timeline a dircelo, ma nel mentre vi invitiamo a guardare con attenzione un film dove a brillare sono in primis le performance dei due protagonisti, Alessandro Gazale e Francesca Niedda. È dalle loro interpretazioni camaleontiche e pregnanti che il regista è partito per alzare e abbassare la temperatura emozionale della sua nuova fatica dietro la macchina da presa.

Francesco Del Grosso