Operation Chromite

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Bastardi con la gloria

Da un punto di vista meramente concettuale, i film a carattere bellico possono dividersi in due categorie: quei pochi in cui le fondamenta di ogni guerra vengono analizzate in ogni dettaglio e di conseguenza messe in discussione, con esiti spesso assai convincenti sul versante qualitativo; oppure tutte le altre opere, quelle in cui viene esaltata la “spettacolarità” di ogni conflitto allo scopo di realizzare prodotti di intrattenimento più o meno riusciti. Fatta questa debita promessa, indovinare in quale cerchia rientri questo Operation Chromite del regista sudcoreano John H. Lee pare davvero impresa tutt’altro che impossibile, soprattutto conoscendo l’attitudine prevalente del cinema proveniente da quel paese a puntare su prodotti di largo consumo popolare. Nulla di male, ovviamente; anche perché spesso la componente action si è dimostrato così di alto valore formale da sopperire ad ogni eventuale lacuna d’altro genere.
Siamo nel 1950. Ispirato a fatti storici realmente accaduti, Operation Chromite è contestualizzato nel fatidico momento dell’invasione della Corea del Nord, supportata militarmente da Unione Sovietica e Cina, nei confronti di quella del Sud, ovviamente aiutata dalle forze occidentali delle Nazioni Unite. Il lungometraggio racconta nel dettaglio il tentativo di missione sotto copertura denominata “X-Ray”, ultima possibilità delle cosiddette forze democratiche agli ordini del mitico generale MacArthur di sovvertire gli esiti di un conflitto incanalato su binari tutt’altro che positivi.
Sospeso tra l’appartenenza al genere spionistico nella prima parte, caratterizzata da un efficace tensione sulla riuscita o meno dell’introduzione degli otto coraggiosi in ambiente nemico, prima di deflagrare nella più tradizionale esplosione di violenza action della seconda parte, Operation Chromite punta tutte le proprie carte nell’inanellare una serie di sequenze tese a non dare respiro allo spettatore. Tecnicamente ben girato, con alcuni momenti destinati a rimanere impressi tipo un recupero ostaggio – evidentemente sacrificabile – via aerea con tanto di impiccagione consequenziale, Operation Chromite sconta diversi effetti collaterali sull’altare di tale scelta. In primis l’iperbolica accentuazione dei ritmi narrativi “sacrifica” inevitabilmente la tridimensionalità di personaggi ridotti troppo spesso a macchiette utili solamente a servire la causa spettacolare del film, con inevitabile aura retorica al seguito. Decisamente stonate, soprattutto se ascoltate con orecchie contemporanee, le tirate ideologiche profferite dai due leader dei campi avversi, cioè il generale nordcoreano Gye-jin Lim (un caricaturale Beom-su Lee, mascherina comunista dall’ideologia non scalfibile e la pistola facile) ed il generale MacArthur, interpretato da un Liam Neeson da sculto in versione Popeye per la pipetta perennemente tra la labbra, il quale aspira, in tutta evidenza, ad una laurea honoris causa in retorica guerrafondaia, tali e tante sono le banalità che pronuncia nel corso di Operation Chromite. Con quest’ultimo lungometraggio che alla fine si riduce ad un’esaltazione delle cosiddette “guerre giuste” contrapponendo il mondo ivi ritratto nella stantia visione manichea di buoni versus cattivi. E non basta che la convenzionale regia di John H. Lee dimostri una certa competenza nelle citazioni, vedere alcune situazioni tipicamente tarantiniane – Bastardi senza gloria (2009), manco a dirlo – oppure derivate da Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg nei momenti cruciali della battaglia, con il bravo protagonista Jung-Jae Lee, unico membro davvero convincente del cast, a sparare nella medesima postura di Tom Hanks nel finale del celebre film datato 1998.
Resta, riguardo ad Operation Chromite, la sensazione di un’occasione perduta di guardare alla Storia per fare (anche) il punto sul presente, in un vortice di tensioni mai sopite tra due paesi limitrofi che avrebbero tutte le possibilità di vivere, se non in perfetta armonia, quanto meno in una situazione di pace duratura. Ma qui il discorso si farebbe eccessivamente complesso per essere trattato in questa sede; per cui ci limitiamo ad un semplice giudizio sul film, assolto per quel che concerne la componente puramente ludica e tuttavia bocciato nella delicata materia “umanista” giocoforza trattata. La scintilla dell’empatia tra pubblico e grande schermo resta purtroppo traguardo irraggiungibile per le intenzioni di Operation Chromite.

Daniele De Angelis