Nove lune e mezza

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5.0 Awesome
  • voto 5

Dell’essere genitori

Che in un paese come l’Italia ci siano ancora molti pregiudizi e ben poca informazione per quanto riguarda una questione come l’utero in affitto, è cosa risaputa. Il fatto, tra l’altro, che tale pratica sia qui ancora illegale ha suscitato non poche polemiche e discussioni in merito. Come avrebbe potuto, dunque, un tema di tale portata sfuggire allo sguardo attento delle major nostrane, che non vedevano l’ora di raccontare per immagini qualcosa di “rivoluzionario”? Ed ecco che, puntualissimo, fa la sua apparizione sugli schermi italiani un lungometraggio come Nove lune e mezza, il quale sancisce il debutto alla regia dell’attrice Michela Andreozzi, qui anche nel ruolo di una delle protagoniste.
Livia e Tina sono due sorelle molto legate tra loro, ma dalle vite diametralmente opposte: la prima è una vivace violoncellista che da sempre rivendica il proprio diritto di non avere figli, mentre la seconda è un vigile urbano timido ed insicuro, che, al contrario, da anni cerca di restare incinta senza, però, riuscirci mai. Un giorno Nicola, ginecologo di entrambe, ha un’idea: impiantare nell’utero di Livia un ovulo fecondato di Tina, al fine di far diventare finalmente madre quest’ultima. L’operazione, però, ancora illegale in Italia, dovrà essere tenuta nascosta. Sarà la stessa Tina, dunque, a dover fingere di essere incinta, mentre Livia dovrà in tutti i modi nascondere la propria gravidanza.
Seppur il tema di base sia piuttosto interessante ed i presupposti per un accattivante sviluppo ci siano tutti, purtroppo questa opera prima di Michela Andreozzi non riesce a spiccare il volo come ci si aspetterebbe, restando ancora fortemente ancorata agli standard – con tanto di clichés, deboli espedienti comici ed elementi già visti – tipici della commedia contemporanea nostrana di grande distribuzione. Peccato, soprattutto perché, fin dall’inizio, la situazione di partenza e, nello specifico, i personaggi descritti sembrano funzionare: molto interessante, seppur leggermente banale, a tal proposito, la caratterizzazione delle due sorelle, così come del padre di entrambe – fervente comunista – e del loro fratello, neocatecumenale.
Nonostante ciò, il principale problema di Nove lune e mezza sta proprio nello script: disturbano non poco, infatti, elementi lasciati in sospeso come il successo del video caricato su internet da Livia (che la mostra intenta a suonare il violoncello durante la gravidanza) o il pomposo monologo dell’ostetrica riguardante il diventare genitori, il quale fa quasi da sfondamento (involontario) della cosiddetta quarta parete. Come si può facilmente immaginare (e prevedere), dunque, il finale risulta eccessivamente buonista ed edulcorato, cosa che, purtroppo, fa sì che un’opera prima come Nove lune e mezza – la quale, da un punto di vista prettamente registico risulta tutto sommato piuttosto pulita – non riesca a fare la differenza, a decollare e a staccarsi dall’enorme numero di commedie italiane che ogni anno, copiose, approdano sui nostri schermi. No, neanche questa è stata la volta buona.

Marina Pavido