Non è vero ma ci credo

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Dalle stelle alle stalle

Capita spesso che, dopo un lungo periodo a militare in televisione, si voglia, finalmente, approdare sul grande schermo. E per il duo Nunzio e Paolo (al secolo Nunzio Fabrizio Rotondo e Paolo Vita) tale, importante debutto è già avvenuto nel 1998 con Papà dice Messa (di e con Renato Pozzetto). Ma chi l’avrebbe mai detto, all’epoca, che per vederli di nuovo al cinema bisognava aspettare altri vent’anni? Ebbene sì. Perché, di fatto, soltanto nel 2018 lo storico duo è stato scelto come protagonista del lungometraggio Non è vero ma ci credo, opera prima del regista Stefano Anselmi, anch’egli che, dopo un lungo periodo nell’ambito della televisione e degli spot televisivi, ha debuttato ufficialmente nel mondo della settima arte, cavalcando l’onda del cosiddetto “veganesimo”, tema più che mai attuale, dato anche l’elevato numero di ristoranti del genere aperti recentemente.

La storia, dunque, è quella di Nunzio e Paolo, appunto, amici inseparabili fin dai tempi delle elementari, i quali, dopo aver dato il via a svariate attività fallimentari, decidono di tentare il tutto per tutto aprendo un ristorante vegano, grazie anche all’aiuto di Armando (Maurizio Mattioli), imprenditore dedito soprattutto a traffici loschi. Al fine di acquisire clientela, però, i due cercheranno di farsi recensire il locale da un temuto critico culinario, il quale, tuttavia, ha un debole per la carne e odia le verdure. Quale soluzione migliore, dunque, di quella di creare un finto allevamento di bestiame finalizzato al macello?
Tanti argomenti tutti insieme? Indubbiamente. E, infatti, il problema principale di Non è vero ma ci credo (se non ci si vuol soffermare troppo sulla scarsa direzione attoriale) è proprio quello di creare – a livello di scrittura – tanti nuovi ostacoli da superare, di prendere tante direzioni, senza mai seguirne una come si deve, di voler tirare in ballo molte cose, senza riuscire a portarne a termine nemmeno una in modo soddisfacente. Già dal titolo, ad esempio, si può intuire un riferimento agli oroscopi (la falsificazione di uno di essi ha fatto si che le mogli dei protagonisti si decidessero a finanziare loro il progetto), argomento che non verrà mai più trattato durante tutto il lungometraggio. Stesso discorso vale per il personaggio di Armando, il cui pericolo nel voler estorcere denaro ai due viene risolto con un debolissimo deus ex machina atto principalmente a risolvere in fretta una questione altrimenti difficile da concludere. E poi, su tutto, non poteva mancare il lieto fine forzato e telefonato, il quale, dopo una serie di gag spesso gratuite e talmente deboli da strappare a stento qualche sorriso allo spettatore, arriva quasi in modo automatico, senza che ormai nessuno abbia più la curiosità si sapere come andrà a finire per i due maldestri protagonisti.
Il tutto fa pensare, dunque, al fatto che, a quanto pare, davvero in pochi abbiano realmente creduto nel presente lavoro, pensato, probabilmente, quasi esclusivamente per rilanciare il duo comico o, ad ogni modo, per utilizzare quest’ultimo al fine di rimpolpare le casse. E l’operazione in sé sarebbe anche legittima, nel caso in cui ci fosse realmente voglia di dar vita a qualcosa di ben fatto. Questo Non è vero ma ci credo, però, dimostra tristemente soltanto una preoccupante stanchezza nel fare, in automatico, un certo tipo di cinema e il fatto che, forse, per darsi finalmente uno scossone, bisognerebbe rendersi conto che si sta procedendo nella direzione sbagliata.

Marina Pavido