Non ci resta che vincere

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

 

Grasse risate ma non solo con i “Los Amigos”

Arriva in Italia la commedia campione d’incassi al botteghino in Spagna, Non ci resta che vincere (in realtà il titolo originale sarebbe Campeones, molto più calzante con l’intreccio della vicenda raccontata), diretto da Javier Fesser. E questa volta, è il caso di dirlo, si riderò tanto anche da noi.
Marco Montes, protagonista del film, è il viceallenatore della squadra di pallacanestro dell’Estudiantes di Madrid. In seguito ad un’accesa discussione con il capoallenatore e a un incidente stradale con una volante della polizia mentre è in stato di ebbrezza, si ritrova all’improvviso senza lavoro, senza patente e condannato a tre mesi di lavori socialmente utili, da scontarsi in un centro per persone con disabilità fisiche e soprattutto mentali. Il suo compito sarà quello di preparare alcuni dei ragazzi che del centro sono ospiti o lo frequentano ad affrontare il campionato nazionale di basket della loro categoria.
Affrontare un argomento come quello della disabilità e dell’handicap nel contesto di una commedia deve porsi obbligatoriamente due obiettivi principali: il primo è quello di risultare abbastanza originale da far divertire il pubblico e il secondo, ma non in ordine d’importanza, è quello di non scadere troppo nel ridicolo e nel grottesco, in maniera tale da far emergere anche la problematicità del tema a livello sociale, pur edulcorandola, naturalmente. In questo senso, Non ci resta che vincere riesce bene nei suoi intenti. I ragazzi che compongono la squadra dei “Los Amigos” sono ben assortiti, le loro gag sono molto divertenti (alcune decisamente irresistibili) e soprattutto la scrittura del film riesce a pescarle, per la maggior parte, dalle situazioni che si vengono a creare nel corso della vicenda, piuttosto che dai loro problemi cognitivi o dai loro ritardi. Questo non toglie che, in particolar modo all’inizio, quando non ci si è ancora fatto proprio appieno il respiro della commedia, alcune di queste figure possano risultare caricaturali. Ma è un’impressione che svanisce rapidamente.
Il contraltare ai “Los Amigos” e alle loro difficoltà cognitive e comportamentali è rappresentato da Marco, il loro allenatore. Il quale, però, man mano che la storia procede, si rivela anche lui vittima di grosse remore, impedimenti e vicende che si è portato dietro nel corso degli anni. La sua situazione di uomo che si rifiuta di crescere e di diventare padre, nonostante il desiderio spasmodico di maternità della compagna Sonia, il cui profilo viene tracciato in parallelo alla storyline principale nella prima metà del film per poi ricongiungersi ad essa nella seconda, gli è d’ostacolo per il proseguimento della propria esistenza. Così come lui aiuterà i suoi ragazzi a superare le loro paure e i loro limiti, conducendoli fino alla finale del campionato a Tenerife, loro lo aiuteranno a superare le sue e a non scappare più davanti alle possibilità di essere felice che gli si offrono.
È un’opera semplice, buona e dolce quella di Fesser, che fa ridere e riflettere allo stesso tempo. Certo, per la maggior parte del film ci si tiene la pancia dalle risate, ma vi sono anche (rari) momenti in cui la comicità lascia spazio a considerazioni più serie in cui viene analizzato e preso in esame lo sguardo che la società rivolge a questi suoi elementi, i quali, per motivi di salute legati ai più svariati fattori, sono diversi dai più e troppo spesso relegati ai margini.
Determinati e caratterizzati da uno spirito perennemente positivo e ottimistico, anche e soprattutto nei confronti del prossimo, i ragazzi dei “Los Amigos” hanno tutti quanti un proprio impiego che svolgono egregiamente e in maniera professionale. Con la guida dell’esperto Marco conquistano anche il secondo posto nel campionato nazionale, in un finale che, pur concedendosi una riflessione sul valore relativo della sconfitta nello sport in generale e in quello praticato dai disabili nello specifico, si vota ampiamente alla retorica del caso, non inficiando, comunque, le generali sensazioni positive che ne derivano. Un paio di strizzate d’occhio ai fan de “La casa di carta” con una comparsa proveniente direttamente dalla serie di Álex Pina che fa capolino, per i più attenti, tra le file del pubblico al palazzetto e sopra ad un bus.

Marco Michielis