Non ci resta che il crimine

0
4.5 Awesome
  • voto 4.5

Il saputello, il cazzaro e il fregnone

Prendi dei cialtroni dei giorni nostri e teletrasportali nel passato. Restando confinati tra le mura della commedia made in Italy, una simile premessa non può non riportare la mente ad un film come A spasso nel tempo di Carlo Vanzina. Correva l’anno 1996 quando il compianto cineasta capitolino spediva indietro nel tempo, attraverso un’apposita macchina, un giovane erede dell’aristocrazia romana e un titolare di un cinema meneghino. Il risultato fu un’odissea comica dalla Preistoria alla Capri degli anni Sessanta, passando per la Firenze rinascimentale, la Venezia del 1700 e la Roma del secondo conflitto mondiale, che sballottolava i protagonisti da un’epoca all’altra. Tuttavia non è della pellicola di Vanzina che stiamo parlando poiché nel frattempo una manciata di decenni sono trascorsi, bensì della nuova fatica dietro la macchina da presa di Massimiliano Bruno dal titolo Non ci resta che il crimine, nelle sale nostrane a partire dal 10 gennaio con 01 Distribution.
Alla sua sesta prova, a due anni da Beata ignoranza e quattro da Gli ultimi saranno ultimi, ritroviamo il regista e attore alle prese con un altro viaggio spazio-temporale che scaraventa i cialtroni di turno dalla Roma del 2018 a quella del 1982. In questo caso le lancette dell’orologio non impazziscono ma si bloccano in un momento ben preciso della timeline. Qui tre amici sbarcano il lunario inventandosi un “tour criminale” per i luoghi che furono il teatro delle gesta della banda della Magliana, almeno sino a quando un attraversamento casuale di un cunicolo dimensionale non li riporta dal presente ai gloriosi giorni dei Mondiali di Spagna, trovandosi faccia a faccia con alcuni membri della vera Banda che in quel periodo gestiva le scommesse clandestine sul calcio.
Il cinema alle varie latitudini ci ha abituato ieri e più di recente ad epiche avventure spazio-temporali e quelle che hanno animato la trilogia di Ritorno al futuro sono forse tra le più note. In tal senso, i primi vagiti del 2019 ci consegnano l’ennesimo tentativo di cortocircuito in cui personaggi e piani temporali entrano in rotta di collisione. Così cavalieri, principi e via dicendo, hanno potuto compiere le proprie scorribande cinematografiche lasciando più o meno il segno sul grande schermo. Dal canto suo, Non ci resta che il crimine non ne lascia di particolari, o almeno così meritevoli da rimanere impressi a futura memoria, se non qualche risata a buon mercato (vedi le scene della rapina e della scappatella in casa della donna del Boss) legata più al contributo degli attori (in primis al solito divertentissimo mattatore Marco Giallini) che che alla scrittura in sé. Questo perché il film di Bruno non fa altro che ricorrere ad espedienti, dinamiche e meccanismi narrativi ormai logori, per dare forma e poca sostanza ad un’action-comedy vintage per inguaribili nostalgici degli anni Ottanta (un po’ come era stato per Notte prima degli esami) con confezione, stile (immancabili sono zoom-in e split screen) e vestiario (jeans a zampa, giubbotti di pelle, stivaletti e Ray-Ban specchiati) in dotazione. E pensare che per mettere insieme una sceneggiatura come questa, interamente costruita in modalità evocativa, con un lavoro di taglia e cuci nei quali si vanno a inserire chiari rimandi all’attualità e a temi come la crisi economica e la disoccupazione (elemento ormai immancabile nella filmografia di Bruno), ci sono volute molte più teste del necessario.

Francesco Del Grosso