Nanni Moretti, il cinema “osmotico”

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Raramente la parabola artistica di un cineasta importante si è intrecciata in modo così evidente con quella esistenziale. Anche solo per questo motivo un’analisi “altra” della filmografia – composta da undici lungometraggi, tralasciando per motivi di spazio i numerosi corti – di Nanni Moretti risulterebbe affascinante come pochissime altre. Per non dire unica.

1 – Michele Apicella

Un fil rouge unisce i primi film del regista nativo di Brunico, ma romano a tutti gli effetti. Superficialmente sarebbe anche possibile attribuirgli un nome e cognome: Michele Apicella. Chi era costui? Un alter-ego, certo. Nanni Moretti prende in prestito il cognome da nubile della madre e crea il “morettismo”, come sin troppo facilmente è stata etichettata la prima fase della sua carriera registica, diciamo fino a Palombella rossa (1989). Con una ragguardevole eccezione, Nanni Moretti – sempre interprete principe dei suoi lavori, a parte gli ultimi – si mette di prepotenza al centro dei suoi film. Fioccano le accuse di egocentrismo, ma ancora una volta sono frutto di letture superficiali: la (im)perfetta sovrapposizione tra cinema e persona, sia pure sotto pseudonimo, non può prevedere altra soluzione che questa. Moretti/Apicella diviene suo malgrado un simbolo. Di strenua lotta contro la massificazione, l’omologazione perseguita attraverso la volgarità del luogo comune. Un Don Chisciotte del suo tempo impegnato in una battaglia contro i mulini a vento perfettamente consapevole dell’inevitabile sconfitta. E tuttavia conscio dell’importanza estrema di combatterla comunque e ad ogni costo. Il prezzo da pagare, come sempre, è parecchio alto. Una disperata solitudine esistenziale, trascorse le grida di rabbia dei vent’anni (l’esordio di Io sono un autarchico del 1976, Ecce bombo due anni dopo),  comincia a fare sempre più insistentemente capolino, solo in apparenza mitigata da un’ironia sferzante contro tutto e tutti ma pure rivolta a se stesso. Nessuno snobismo, dunque. Ma l’impossibilità assoluta di accettare qualcosa che si percepisce come troppo “estranea”. In Sogni d’oro (1981) Moretti è un regista che ucciderebbe molto volentieri la gente di cinema – e non solo – votata alla lusinga del successo come unica stella cometa, ovvietà incluse; ma farebbe la stessa cosa con il proprio cinema, incapace di farsi comprendere oltre determinati confini. Nel giallo esistenziale sui generis Bianca (1984) Michele Apicella diviene addirittura killer seriale di coppie che, a suo modo di pensare, sprecano un’irripetibile occasione di felicità compiuta da realizzare mediante la purezza di un rapporto sentimentale. Ma la pratica è ben diversa dalla teoria ed il cerebrale Michele Apicella della circostanza lo sperimenterà di persona quando si innamorerà inevitabilmente della Bianca del titolo interpretata da un’angelica Laura Morante.
La tendenza a passare, per geniale contrappasso, dal cosiddetto altro lato della barricata – in seguito sublimata dalla personificazione nientemeno che di Silvio Berlusconi nel finale de Il caimano (2006) – inizia a manifestarsi ne La messa è finita (1985), film in cui Moretti abbandona temporaneamente i panni di Apicella per diventare Don Giulio, prete in cerca dell’armonia perduta del paesino e scemata nel caos morale della periferia romana. Tra mancata comprensione della realtà circostante, litigi e dolorosi lutti familiari – la morte della madre, che diventerà tema centrale del suo lavoro trent’anni dopo – la fuga resta l’unica soluzione praticabile, in quella che un samurai definirebbe “la nobiltà della sconfitta”. Appunto. Siamo al dunque. Nanni Moretti cresce – anche artisticamente – mettendo a fuoco il destino a cui andrà incontro. In questo senso Palombella rossa, il film seguente, è un manifesto umano e politico, oltre che una delle vette del cinema morettiano. Michele Apicella torna per un ultimo giro di valzer, quello in cui si sgretolano definitivamente le utopie politiche ed esistenziali nel corso di un’infinita partita di pallanuoto, sport prediletto da Nanni. Michele Apicella simbolicamente muore e “le merendine della mamma non torneranno più”. Assai di rado una presa di coscienza è stata così brutale e impietosa verso se stessi, al cinema. Ma anche, dolorosamente, universale. Forse si perde un amico oppure, a seconda dei punti di vista, un avversario. Di certo si guadagna un nuovo modo di fare cinema da parte di Nanni Moretti.

2- Giovanni Moretti

Nel passaggio tra vita vissuta e opera di finzione i filtri, nel cinema di Moretti, si assottigliano sempre di più, fin quasi ad annullarsi. Caro diario (1993) non è semplicemente una forma di terapia per uscire definitivamente dalla malattia che lo ha colpito nella vita reale, illustrata nel terzo episodio del film. Più che altro si tratta di un gesto ulteriore di comprensione verso se stessi e il mondo circostante, ancora una volta tutto da decifrare con vorace curiosità. Nanni Moretti è lì, nudo e crudo davanti allo spettatore ed esposto alla propria sofferenza, alle fisime che gli appartengono, ai momenti di esaltazione che tutti proviamo. Momenti di culto: l’incontro “felliniano” con Jennifer Beals, con la star di Flashdance ad annullare lo scarto tra Hollywood e la vita reale, e il pellegrinaggio nel luogo dove fu ucciso Pasolini, sempiterno simbolo della cortissima memoria italiana. Poi la ricostruzione della malattia, il calvario di chi si ritrova, d’improvviso, ad affidare la sopravvivenza nelle mani altrui. Nanni Moretti crea un altro cinema perfettamente umanista, compiendo, con incommensurabile generosità, il gesto di rivelare la parte più intima del suo privato. Per imparare in primis lui stesso. Se Caro diario è per lunghi tratti l’annotazione appunto diaristica e seria di un’esistenza in continuo divenire – come è normale che sia – Aprile (1998) ne rappresenta la controparte gioiosa e realizzata, sublimata dalla nascita del figlio e dalla “storica” – sapremo poi effimera – vittoria elettorale del centro-sinistra prodiano dell’Ulivo. Ma anche con tutti i momenti di riflessione del periodo. La vita fugge in avanti e Nanni Moretti continua ad inseguirla a bordo della sua mitica vespa. Stavolta, però, non è più solo. Caro diario e Aprile sono due opere che lasciano un’impronta indelebile nella parabola artistica di Moretti. Due isole lussureggianti da visitare come esperienza unica nella vita. Anche se il tempo di nuovi cambiamenti artistici bussa già alla porta. Perché, dopo l’entusiasmo di una nascita, non può che sopraggiungere l’amarezza del lutto. Non è puro, inguaribile, pessimismo morettiano: semplicemente logica filosofica di chi vive in questo mondo.

3 – L’essere umano

Altre storie da narrare, attraverso un cinema più compatto e, almeno in apparenza, tradizionale. Meno improvvisato, più “scritto”. Nanni Moretti è altro, un altro. Un personaggio di finzione, anche se solo ad un primo sguardo. La storia è centrale. Qualcosa d’altro – un fantasma, vero o reale, una paura, un’angoscia – rappresenta la molla che fa scattare l’ispirazione per il film. La stanza del figlio (2001) è il primo parto di questa nuova fase. Si gioca con la parola, poiché il film mette in scena il dolore più insostenibile, quello della perdita di un figlio. Un figlio nasce (nella realtà), un figlio muore (nella finzione). Nanni Moretti, da autore cinematografico, affronta di petto il timore più subdolo. Ne esce un’opera rigorosa, che scandaglia il lutto nelle sue più intime e recondite declinazioni. Moretti osserva il dolore e lo ripropone più vero del reale. Non si esce indenni, dentro e fuori lo schermo. Il trionfo a Cannes segue, quasi di conseguenza. Assieme alla spontaneità in parte dovuta alle mani femminili – nell’occasione Heidrun Schleef e Linda Ferri: ma diventerà un’abitudine, come la scrittura “collettiva”- operanti in sede di sceneggiatura. Nanni Moretti ha dunque dismesso i panni del simbolo, facendosi puro osservatore di faccende umane. Anche politiche. Nel senso più ampio del termine. Il caimano non è assolutamente un film su Silvio Berlusconi. Ma sull’Italia che lo ha partorito. Quella piccola, infima, dell’arte di arrangiarsi. Ancora una volta Moretti l’alieno guarda una realtà che non riesce a comprendere, al pari del protagonista Silvio Orlando. Allora nel finale diventa “Lui”, l’avversario di tanti anni di mobilitazione girotondesca nella vita reale. Una compenetrazione necessaria per capire meglio, forse. Ammesso che ciò sia possibile. E non lo è. Il dubbio, il senso di inadeguatezza deflagrano nelle sue opere. Quella che segue, Habemus Papam (2011), ne è la summa riassuntiva. Ai massimi livelli. Un cardinale eletto Pontefice non si ritiene all’altezza del compito. Anche la fede, che dovrebbe sostenerlo, vacilla. Lo straordinario Michel Piccoli pare un Don Giulio anziano, alla impossibile ricerca di un utopia mentre vaga per le strade di Roma, da perfetto sconosciuto. Uno qualunque. Un ritorno alla purezza della semplicità. L’ennesimo sguardo nostalgico verso un’infanzia perduta e irraggiungibile che da sempre ha permeato il cinema di Moretti. Alla fine, la rinuncia. L’uomo prevale sulla maschera che dovrebbe indossare, sul ruolo che avrebbe dovuto ricoprire. Nanni Moretti, nel film, si ritaglia un ruolo superficialmente leggero, quello di un fantasioso psichiatra. Anche lui però prigioniero di uno stereotipo, nella finzione. Lui rimane intrappolato, il candidato Papa no. E il Nanni Moretti autore si libera di un peso, a livello metaforico, assieme a lui. Tornando all’essenza della vita e ai suoi dolori.
Mia madre (2015) scrive l’ultimo capitolo. Ancora un film in cui il vissuto si trasferisce – spontaneamente, magicamente, sensibilmente – nella finzione di un’opera cinematografica. La preparazione all’inevitabile perdita della genitrice così amata diventa una riflessione sulla quantità enorme dell’esistenza. Nanni Moretti ride e piange, attraverso l’ultimo alter ego Margherita Buy. Una regista donna deputata a perdere la donna per eccellenza. L’ennesima riprova che Nanni Moretti è un essere umano come tanti. Magari unico perché da sempre e per sempre in (auto) discussione.

Daniele De Angelis