My Home, in Libya

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Nulla è più come prima

Io credo nel valore delle storie di singoli che riescono a raccontare un vissuto comune a molti, e nella coralità di un racconto per raccoglierne punti di vista e sfaccettature diversi”. In queste poche ma esaustive righe estrapolate dalle note di regia di My Home, in Libya sono racchiusi il pensiero che c’è alla base della genesi del progetto e il modus operandi con il quale l’autrice ha dato forma e sostanza al tutto.
Per il suo nuovo documentario, presentato in anteprima italiana Fuori Concorso alla quarta edizione di Visioni dal Mondo dopo la premiere al 71esimo Festival di Locarno, Martina Melilli ha deciso di salire in soffitta per aprire il baule dei ricordi della sua famiglia, da troppo tempo chiuso a chiave, al fine di raccontare una vicenda intima che prende le mosse da un storia personale che si allarga a macchia d’olio al presente comune. Partendo dalla storia dei suoi nonni Antonio e Narcisa, due dei 20.000 italiani costretti ad abbandonare la Libia nel 1969, in seguito al colpo di stato di Gheddafi, la regista veneta racconta il senso di appartenenza ai luoghi, la memoria individuale e collettiva e come essa lavori sui ricordi. Per farlo la cineasta riavvolge le lancette dell’orologio per riportarci al periodo del colonialismo italiano in Libia, un periodo che di fatto rappresenta un grande rimosso nazionale, ostentatamente dimenticato come un trauma o una macchia. Ed è ancora un trauma parlare del colpo di Stato di Gheddafi del 1969, della cacciata degli ultimi coloni nel 1970, del sequestro di tutti i beni mobili e immobili degli italiani stanziati a Tripoli. Per chi è sopravvissuto rimane soltanto il ricordo di un’onta, ma anche di una stagione dorata vissuta in una metropoli senza tempo, piena di popoli e lingue. La regista Martina Melilli appartiene a una di queste generazioni disperse, figlia e nipote di italiani nati e cresciuti in Libia. Partendo dalle memorie del nonno Antonio, Martina traccia una mappa di luoghi appartenuti a quel tempo passato, rintracciandoli nella Tripoli di oggi e facendoli ripercorrere a Mahmoud, un giovane libico conosciuto sui social che le invia foto e video della città. Lentamente il passato si lega al presente, e il presente si rivela con violenza nella storia di un Paese distante, senza più il senso di comunità. Lo scambio epistolare sui social tra Martina e Mahmoud si fa sempre più costante, dando inizio a una vera amicizia e rivelando due aspetti di una stessa generazione nata nello stesso periodo storico ma separata da un tratto di mare.
Attraverso una colonna sonora minimale e continue immagini che si sovrappongono, tra la multimedialità del presente e le fotografie del passato, l’autrice organizza una ricerca approfondita delle proprie radici, muovendosi all’interno di un mondo frammentario. E allo stesso tempo, spostandosi da una memoria a più memorie, da un racconto individuale a un racconto corale, ricostruisce il quadro di una Storia, dell’Italia in Libia e della Libia stessa, non ancora raccontata. L’essere riuscita a ricucire lo strappo e a riportare a galla tale rimosso è il grande merito dell’operazione, condotta in porto con la sincerità e l’onestà, il cuore e la ragione, di chi ha sentito sin dall’inizio una vera e propria esigenza epidermica e viscerale. E tale esigenza traspare da ogni singolo frame di un’opera audiovisiva che mescola senza soluzione di continuità cinema del reale e video arte, dando origine sullo schermo a una sorta di mosaico audiovisivo che si compone tassello dopo tassello davanti agli occhi dello spettatore di turno. Il risultato è un flusso orale e di fotogrammi fatto di convergenze che generano assonanze spazio-temporali. Tutto questo magma incandescente di materie sovrapposte di tanto in tanto genera dispersioni di significato e di significante, ma la forza di quanto detto e di come viene detto (il più delle volte fuori campo, in un pedinamento costante e senza la frontalità delle classiche interviste) sullo schermo consente al filo rosso della memoria di non spezzarsi mai.

Francesco Del Grosso