Museo – Folle rapina a Città del Messico

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Uno scomodo bottino

Se non fosse stato per Alfonso Cuarón e per il suo Roma arrivati sul più bello a rompere le uova nel paniere, probabilmente – anzi sicuramente – a rappresentare il Messico nella corsa alla statuetta per il miglior film straniero sarebbe stato chiamato Museo – Folle rapina a Città del Messico, del connazionale Alonso Ruizpalacios, che tutti ricorderanno per il pregevolissimo esordio Güeros. Invece, rispettando tutti i pronostici all’insegna del buonsenso e dell’usato garantito, l’Academy messicana ha finito con il puntare sul recente vincitore del Leone d’Oro alla 75esima edizione della Mostra di Venezia, uno che sotto bandiera a stelle e strisce si è tolto qualche bella soddisfazione in passato, per provare a centrare per la prima volta nella sua storia il bersaglio grosso. Scegliere diversamente era impossbile. Negli ultimi sette anni, infatti, la pellicola designata non è rientrata nemmeno nella short-list e per ritrovarne una che è riuscita a raggiungere l’obiettivo bisogna riavvolgere le lancette dell’orologio sino al 2011, quando Biutiful di Alejandro González Iñárritu si è guadagnata due candidature (oltre a quella di categoria, la nomination per il Miglior attore protagonista a Javier Bardem), preceduta nel 2009 da Arráncame la vida di Roberto Sneider e Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro nel 2007, che l’ambita statuetta non se l’è aggiudicata, ma in compenso ha conquistato ben tre Oscar: fotografia, scenografia e trucco.
Ma è inutile piangere sul latte versato, anche perché è solo tempo sprecato e nonostante i meriti riscontrati sul campo durante la visione al Milano Film Festival 2018, Museo non avrebbe avuto le stesse chance di Roma. Lo dicono in primis gli innumerevoli pregi del film di Cuarón e lo confermano, suo malgrado, alcune debolezze strutturali riscontrate in quello di Ruizpalacios, quest’ultimo affetto da una cronica perdita della bussola narrativa nel corso dei 128 ingiustificati minuti di timeline. Difetto, questo, assai curioso se si pensa che l’opera seconda del cineasta messicano ha fatto suo l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2018. Entrando nel merito, quello firmato a quatto mani dal regista con Manuel Alcalá è uno script altalenante e discontinuo, così come la trasposizione e la sua messa in quadro. Lungo la strada, Museo alterna momenti di grande lucidità ed efficacia nella scrittura ad altrettanti che lo depotenzializzano. Si assiste così a un cane che si morde continuamente la coda, in particolare quando si sceglie di diluire il ritmo per lasciare spazio a futili digressioni che fanno sedere un po’ troppo il racconto e lo sviluppo dei personaggi. La mancanza di equilibrio nel dosare gli elementi narrativi e drammaturgici a disposizione è la causa principale del problema.
Siamo a Città del Messico nell’anno domini 1985. Juan Nuñez e Benjamín Wilson sono due trentenni fuoricorso che non riescono ancora a laurearsi in veterinaria. Passano le loro giornate come fossero preadolescenti nei sobborghi della città. Durante la vigilia di Natale, tuttavia, decidono che è finalmente il momento di distinguersi eseguendo la più famigerata rapina di reperti culturali in tutta la storia messicana. Prendendo spunto da fatti realmente accaduti, lo script crea un calco immaginario, una replica non fedele di quanto accaduto, per dare origine a una rilettura della vicenda in questione che non sempre funziona come dovrebbe a causa delle suddette pecche e di quelle che andremo di seguito a indicare.
Andando alla radice, il film paga probabilmente sin dalla fase di scrittura i peccati di gola e l’inesperienza dell’autore nel gestire qualcosa di diverso, di più elaborato e produttivamente dal peso specifico maggiore rispetto al precedente. Qui, Ruizpalacios alza l’asticella e confeziona un’operazione dal grande formato, vuoi per l’impianto che per la tipologia di film che mira sicuramente all’intrattenimento nel senso nobile del termine, ma anche per la presenza nel cast di un nome di richiamo nel panorama internazionale come Gael García Bernal, qui alle prese con il ruolo del protagonista. Da questo punto di vista, Museo può contare su un attore che rappresenta una certezza e che non a caso traghetta la pellicola sino alla fine con la solita pregevole interpretazione. Tuttavia, i vizi di forma non azzerano invece quelli che sono i punti di forza. Dal canto suo, il regista messicano mostra in più di un’occasione il suo talento e le indubbie qualità di un modus operandi che lo portano a dare forma e sostanza a scene davvero di ottima fattura (in primis la carrellata di diapositive con le quali mostra le fasi della rapina). Giocando con estrema libertà con i generi (si passa dal dramma alla commedia, dal road movie al classico heist movie), i grandi colleghi del passato e i codici di riferimento (Alfred Hitchcock, Robert Bresson e Jules Dassin), Ruizpalacios porta sul grande schermo un altro assimetrico coming of age, a suo modo rocambolesco, picaresco e divertente, con il quale riflette in maniera più o meno approfondita sull’identità del suo Paese e su quella personale, passando per il concetto di cultura e del suo valore, come in questo caso inestimabile e non quantificabile economicamente (i manufatti trafugati dal museo di antropologia come chiave metaforica del discorso).

Francesco Del Grosso