Mountain

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

La montagna sacra (e la montagna profana)

«Le montagne ridimensionano l’istinto dell’uomo, ci restituiscono il senso della meraviglia e mettono a dura prova la nostra arroganza»
Willem Dafoe in Mountain

E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica.”
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Da sempre i documentari di impronta naturalistica e quelli dedicati alle grandi esperienze sportive esercitano su chi scrive un’attrazione del tutto particolare. Basti pensare, in tempi non troppo lontani, all’altra entusiasmante scoperta che si verificò durante una recente edizione del RIFF (Rome independent Film Festival): quella di Desert Runners, lungometraggio realizzato nel 2013 dall’americana Jennifer Steinman Sternin per documentare la sfida proibitiva e rischiosa rappresentata da The 4 Desert Race Series, ovvero le 4 super maratone organizzate ogni anno in alcuni dei luoghi più inospitali del pianeta. Un’altra Jennifer, l’australiana Jennifer Peedom, ha mobilitato invece mezzi tecnici e collaborazioni di primissimo ordine, portando avanti un lavoro incomparabilmente lungo, duro e impegnativo. pur di accompagnare virtualmente lo spettatore in una scalata da brividi. Specializzatasi ormai nel documentare esplorazioni estreme, vedi ad esempio i precedenti Solitary Endeavour on the Southern Ocean e Sherpa, la film-maker australiana in Mountain ha fatto ritorno negli ambienti a lei più cari, quelle vette più alte del mondo già al centro del secondo titolo da noi menzionato, ma da una prospettiva diversa, più ampia ed evocativa. Il risultato è una sinfonia visiva di rara potenza, non disgiunta però da acute riflessioni su come si è modificato nel tempo il nostro modo di percepire la montagna, i suoi rischi, la sua specifica attrattiva.

Ciò che di Mountain sorprende positivamente è anche l’insolita cura formale. Le prime sequenze, in parte spiazzanti, descrivono con eleganza l’attività nello studio dove sono stati registrati gli interventi di Willem Dafoe, voce narrante nel film, nonché la bellissima musica eseguita da un’importante ensemble orchestrale di Sidney. Poi ha inizio il viaggio. Dall’Antartide a monti situati nel bel mezzo di foreste pluviali, dalle piste da sci dell’arco alpino a quelle cime himalayane che tanto incuriosiscono la regista. Attenzione, però, perché la ricchezza del documentario non è soltanto nella varietà degli ambienti esplorati da videocamere, cui sono affidati veri e propri virtuosismi. Il segreto è invece nel senso profondo di tale ricognizione.
Si afferma infatti strada facendo un sentimento contraddittorio, di respiro quasi herzoghiano nel modo di valutare la presenza umana in situazioni così estreme, ossia quel precario, muto dialogo tra Uomo e Natura. Da un lato si resta letteralmente stregati dalla bellezza delle immagini, ci si pietrifica addirittura di fronte ad inquadrature che esaltano di volta in volta la sublime e terrificante unicità di certi luoghi, come anche le azioni sempre più ardite intraprese da sportivi e avventurieri vari, nella pretesa di domarne la selvaggia asperità. Sci estremo, arrampicate con la bici, free climbing, parapendio con lo snowboard, tute alari alla Patrick de Gayardon. C’è veramente di tutto, nelle meravigliose riprese della Peedom e del suo staff, assemblate poi tramite un montaggio ispirato che ne amplifica ulteriormente lo stupore, uno stupore affine al più genuino “sense of wonder”. Ma parallelamente l’autrice non nasconde, anzi, dichiara apertamente la ὕβϱις di fondo, presente in quel tentativo goffo, frivolo ed anche rischioso di trasformare le cime più impervie in una specie di luna park. Approccio banalmente consumistico e narcisistico, questo, ribadito anche nella descrizione della scalata dell’Ereverest, trasformatasi in pochi decenni da impresa eroica a turismo di massa. Tutto questo è Mountain, piacere immenso per lo sguardo e materiale critico sul quale riflettere.

Stefano Coccia