Montedoro

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Nella città fantasma

Traendo ispirazione da una vicenda realmente accaduta, da luoghi concreti, ma riuscendo poi a trasfigurarne le ombre in un universo mitopoietico dotato della propria autonomia, Antonello Faretta (già autore di Nine Poems in Basilicata, tra gli altri titoli) ha saputo realizzare uno dei film più personali (e volendo commoventi), tra quelli visti recentemente al cinema. E siccome le sale che in Italia lo ospitano sono comunque poche, ne consigliamo per chi può il recupero urgente.

Destinato strada facendo a trasformarsi in una sorta di Antologia di Spoon River lucana, Montedoro prende le mosse da una storia che il regista ha intercettato negli stessi posti unici e inconfondibili che avrebbero fatto poi da sfondo (più un protagonista silente, però, che un semplice sfondo) alle riprese del film, come anche alla ricerca documentaria che vi è sottesa. Teatro della vicenda è infatti l’antico borgo di Craco in provincia di Matera, che appare oggigiorno come una specie di “città fantasma”, visto che qualche decennio fa questo povero ma suggestivo paesello, arroccato su una collina argillosa della Basilicata, dovette essere sgomberato per quei movimenti franosi che oramai non lo rendevano più sicuro, abitabile.
In tale cornice sospesa nel tempo Antonello Faretta ha avuto modo di incontrare Pia Marie Mann, donna americana di mezza età tornatavi dopo la morte dei genitori adottivi a cercare la madre naturale, dopo aver appurato dal casuale ritrovamento di alcune carte che le sue origini erano proprio lì. Per scoprire poi anche che Craco, oggi come oggi, è una piccola città di fantasmi, sepolta nel suo passato. Ecco, fatto di per sé eccezionale, la stessa Pia Marie Mann è stata coinvolta in seguito nella realizzazione del film, quale protagonista di un racconto che in parte ricalca la sua esperienza di vita e in parte diventa mito.

Ciò che colpisce da subito di un lungometraggio dalle atmosfere tanto enigmatiche è anche l’impronta formale così meticolosa, data a questo viaggio nella memoria. L’inizio può apparire persino un po’ di maniera, con la lunghezza forse eccessiva delle inquadrature che anticipano l’arrivo a Montedoro, nome (di certo non peregrino, essendo rapportato in qualche modo alle tradizioni locali) col quale si allude qui a Craco: la misteriosa telefonata partita da una remota vallata della Lucania, il conseguente arrivo dagli Stati Uniti di una donna pensierosa e apparentemente turbata, il tragitto da lei compiuto lungo le antiquate Ferrovie Appulo Lucane (l’apparire del titolo dal paesaggio scorto nel finestrino rimane, comunque, tra le trovate più belle, significative, emblematiche) e la successiva chiacchierata in taxi, con la figura quasi virgiliana del tassista che introduce la protagonista a una realtà arcaica ma per lei ancora tutta da scoprire, ricorrendo peraltro nel suo status di guida a un dolente lirismo che a tratti risulta già evocativo.
Ma il mood così peculiare del film realizzato da Antonello Faretta si definisce pienamente soltanto con l’arrivo a Craco/Montedoro: tra le antiche pietre del borgo in rovina i prodromi di un cinema del reale, che rimanendo tale avrebbe rischiato di apparire scontato, si arricchiscono di squarci onirici e piani simbolici che indirizzano molto presto la percezione dell’opera verso una sorta di realismo magico, verso quell’approccio tendenzialmente etnografico, che data la natura dei luoghi e delle situazioni proposte non può non far pensare immediatamente a Ernesto de Martino e ai suoi studi. È la stessa dimensione del lutto, esplorata così insistentemente, a suggerire tale traccia.
Pur arrivando a “teatralizzare” eccessivamente certi incontri tra i personaggi, il regista riesce in Montedoro a far convivere un determinato sostrato culturale con quella efficace ricerca sull’immagine, posta quasi ai confini della videoarte (e in ciò la colonna sonora di Vadeco assicura il giusto appeal emotivo), che, nell’inglobare le immagini documentarie in bianco e nero relative tanto all’emigrazione in America che a una Craco all’epoca ancora abitata, crea uno struggente iato tra passato e presente.

Stefano Coccia