Milos Forman, il cuculo è volato via

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Lo sguardo alieno

Ad un acutissimo osservatore della realtà sociale come Milos Forman non poteva bastare essere stato uno dei principali registi della ex Cecoslovacchia, suo paese di nascita nel 1932. Opere del valore de L’asso di picche (1964) e Gli amori di una bionda (1965) hanno raccontato meglio di qualsiasi trattato antropologico le condizioni di vita in una nazione all’epoca ancora stretta nella morsa plumbea del comunismo sovietico e in attesa di una “primavera” di liberazione che si sarebbe verificata da lì a pochi anni. E il disagio esistenziale si intravedeva eccome, sospeso tra pessimismo in odor di realismo e aneliti di ribellione.
Opere acclamate a livello internazionale che hanno permesso a Milos Forman – il quale sul processo di globalizzazione imminente aveva già intuito tutto ben prima di altri; quando si dice la lungimiranza degli artisti… – di effettuare quel salto verso La Mecca della Settima Arte senza perdere un grammo della propria capacità di leggere criticamente una realtà per lui in tutta evidenza nuova. Anzi, quello “sguardo alieno” gli ha permesso di cogliere sfumature che altri autori statunitensi del periodo avevano bellamente ignorato. Milos Forman sbarca dunque in America, realizzando immediatamente un’opera di culto generazionale come Taking Off (1971), lungometraggio che riassume alla perfezione, peraltro sposando un punto di vista in prevalenza femminile, tutto lo spaesamento post-sessantottino di una nazione così sterminata da ricercare disperatamente una propria identità unitaria attraverso la metafora di una problematica, impossibile, riunione famigliare. Prima picconata ad uno dei sacri baluardi istituzionali statunitensi. La seconda farà ancora più rumore. Perché Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) rappresenta ancora oggi un’opera-manifesto dal non quantificabile spessore socio-politico sulla coercizione di un Potere ormai in grado di farsi valere esclusivamente con l’abuso della propria posizione dominante. Metafora del comunismo realizzato, del capitalismo sfrenato in una società priva di anticorpi, feroce atto d’accusa nei confronti di una democrazia malata sorretta da fragilissime impalcature. Un’opera magistrale che concede a chi la guarda il regalo più prezioso: quello di poter essere letta ed interpretata da innumerevoli angolazioni. Trionfo agli Academy Awards, spiegabile con l’irresistibile forza del messaggio ed una congiuntura fortemente favorevole: il Watergate si era appena verificato, Richard Nixon auto-eliminatosi per conseguenti dimissioni (primo ed unico nella storia presidenziale americana) e il suo vice Gerald Ford spendeva gli ultimi spiccioli di potere. Il fiuto di Hollywood presagivo un cambiamento democratico all’orizzonte (Jimmy Carter) e Milos Forman, Jack Nicholson, produttori, sceneggiatori e maestranze tecniche si portano a casa l’ambita statuetta. Anche se a raggelare tuttora il sangue è, non a caso, l’indimenticabile performance di Louise Fletcher (premiata nella categoria attrice protagonista), volto algido e disumano di un regime dittatoriale alla deriva e perciò violento e pericoloso.
Dopo altri film-manifesto, sempre permeati di una vis-critica dall’indubbio impatto, su epoche nevralgiche della nuova patria d’adozione – il notevolissimo musical Hair (1979) ed il fluviale Ragtime (1981), purtroppo non aiutato da vicissitudini produttive – si palesa l’irresistibile attrazione di Forman verso figure border-line realmente esistite. Ribelli verso lo status quo sino alle più estreme conseguenze. Il fondamentale Amadeus (1984) segna per Forman altri riconoscimenti, tra Oscar e Golden Globes. Ma a lui interessa il dramma della geniale follia incompresa, dell’Uomo assai più avanti del proprio tempo. Wolfgang Amadeus Mozart ha rappresentato la sfida alle ingessate consuetudini sociali dell’epoca e non solo; Salieri la sua nemesi restauratrice. Un percorso artistico, quello di Forman, improntato alla massima coerenza che prosegue con Larry Flynt – Oltre lo scandalo (1996), biopic sui generis sul più indifendibile (in teoria) paladino della libertà di stampa in America, editore della rivista Hustler e di altri prodotti per adulti, e si sublima con lo straordinario Man on the Moon (1999), capolavoro di fine secolo in cui viene immortalato l’essere umano che abbatté definitivamente i confini tra finzione e realtà: il comico – definizione molto riduttiva – Andy Kaufman. Intepretato, attraverso una performance senza possibili aggettivi, da un Jim Carrey in perfetta fusione con il ruolo. L’ultima provocazione compiuta e consapevole di un autore come Milos Forman, dotato di un’intelligenza senza molti eguali.
Milos Forman è dunque scomparso all’età di ottantasei anni, dopo una breve malattia. Tuttavia i suoi film sono ancora vivi, vegeti e attualissimi, in attesa di essere visti e scoperti dalle nuove generazioni di cinefili.

Daniele De Angelis