Millennium – Quello che non uccide

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6.0 Awesome
  • voto 6

Parenti serpenti

Prima di avventurarci nell’analisi critica di Millennium – Quello che non uccide, presentato in anteprima mondiale alla 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma a distanza di una manciata di giorni dall’uscita nelle sale, è necessario ricucire i fili del discorso per localizzare l’esatto posizionamento di questo nuovo episodio nel corpus dell’ormai arcinota saga nata dalla penna del compianto scrittore e giornalista svedese Stieg Larsson. In tal senso, la scomparsa dell’autore dei primi tre romanzi ha rappresentato un vero e proprio spartiacque tanto per il progetto letterario quanto per le rispettive trasposizioni per il grande schermo. Dopo la trilogia larssoniana a raccogliere l’eredita è stato David Lagercrantz che a suo modo sta provando a dare un seguito al lavoro iniziato dal connazionale. Di fatto, il quarto romanzo della serie è il suo primo contributo alla causa. Ora anch’esso ha trovato la via della sala cinematografica diventando un film, che è allo stesso tempo un doppio sequel della suddetta trilogia e del remake a stelle e strisce del 2011, nel quale David Fincher aveva riassunto in un’unica timeline quanto narrato da Larsson nei capitoli che portavano la sua firma.
Con Millennium – Quello che non uccide, dunque, si rimette la palla in gioco riaprendo le ostilità. L’hacker informatica Lisbeth Salander e il giornalista Mikael Blomkvist si ritrovano intrappolati in una rete di spie, cyber criminali e funzionari governativi corrotti. Assoldata da Frans Balder, scienziato informatico, per recuperare un programma di sua invenzione in grado di collassare le sicurezze nazionali e armare il mondo con un click, Lisbeth riesce nell’impresa ma diventa il bersaglio degli Spiders, un’organizzazione criminale che vuole mettere le mani sul ‘file’ e rapire August, figlio di Balder e chiave di accesso al programma. Tra esplosioni e inseguimenti, Lisbeth incrocia di nuovo la strada di Mikael Blomkvist, giornalista d’inchiesta di Millennium, e quella di Camilla, la sorella creduta morta e subentrata al padre e al vertice dell’organizzazione dopo la sua morte. Insomma, la sicurezza mondiale passa attraverso una questione di famiglia che renderà il percorso della protagonista ancora più accidentato e umanamente complesso da gestire.
Quello che scorre davanti ai nostri occhi è un cyber-thriller che rispetto al precedente fincheriano bada più alla sostanza e all’intrattenimento. Dietro questo cambio di approccio alla materia c’è la mano di Fede Álvarez che sembra volere andare diritto al sodo, dando ampio spazio all’azione. Sequenze come l’inseguimento in moto, l’esplosione nel covo segreto di Lisbeth e l’epilogo sono lo specchio che riflette il modus operandi del cineasta uruguaiano. Ciò determina un drastico abbassamento delle pretese narrative e drammaturgiche, con un ridimensionamento delle stratificazioni e delle linee mistery che fanno di Millennium – Quello che non uccide un film molto meno cervellotico e più lineare. Qualche scarica di adrenalina garantisce al plot un motivo di interesse, ma questa nuova visione che spinge la serie verso un’altra direzione che è quella canonica della spy-story d’oltreoceano per quanto ci riguarda depotenzializza e snatura la matrice primigenia.
Álvarez, pur dimostrando ancora una volta con la messa in quadro e la confezione altamente spettacolare le sue indubbie doti registiche, non è il solo testimone e responsabile del cambiamento in atto. Fuori Fincher, lo sceneggiatore Steven Zaillian, oltre alla coppia formata da Daniel Craig e Rooney Mara nei panni dei protagonisti, sostituiti in fase di scrittura da Jay Basu e Steven Knight e dal duo Claire Foy e Sverrir Gudnason nei ruoli principali davanti la macchina da presa, il nuovo corso non è all’altezza del precedente. Ora non ci resta che vedere se si continuerà a percorrere questa strada o se si ritornerà alle origini, ma per saperlo dovremo attendere la trasposizione del quinto atto dal titolo “L’uomo che inseguiva la sua ombra”. Fino a quel momento congeliamo qualsiasi altro giudizio attivando la modalità standby.

Francesco Del Grosso