Mia madre

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Moretti, la morte e altre maternità, fuori “schema”?

Nanni Moretti e le “intermittenze della morte”. Quella della psiche (o dell’anima?) vagabonda di un Io poetico che faticosamente celebra e inciampa nella bellezza del finire e ricominciare. Da capo e margine della propria stessa esistenza, ognuno con gli stessi rovelli.
Dopo Habemus Papam, capolavoro esistenziale e politico, una nuova discesa surreale nella tragicommedia umana (ma priva dei momenti velatamente naif quali ad esempio la partita di volley tra cardinali che si accampa al centro del precedente succitato successo morettiano). Mia madre. Dal 16 aprile in sala, coprodotto dalla Rai, un film che trascende e seziona la porzione liminale del lutto come dell’essere vivi tra finzione e multiple realtà, tra inevitabile autobiografia e metacinema, l’evoluzione ulteriore dell’autore o sua summa?
Margherita, fai qualcosa di nuovo, rompi uno schema, uno dei tuoi duecento schemi.
Buttati nel vuoto a perdere (ma sì, a perdere, non c’è scampo alla “logica” della vita), dei tuoi giorni contesi da scenografie ad alto budget e capezzali tiepidi. Vai dietro la scrivania di mamma, odora i vecchi libri e svuota o riempi quelle scatole. Sorridi alle tue “te stesse”, passate e future, tutte in fila per rivelazioni impossibili, in mezzo ai dettagli futili del cammino, tra allagamenti e motorini usati. Guarda l’altro Margherita e “vedrai”.
Margherita (magistrale e asciutta Margherita Buy, dichiarato alter ego morettiano) è una regista solida e collerica, irrisolta ma combattiva, che sta girando un film ambientato in una fabbrica occupata dagli operai che protestano contro il licenziamento. Ha appena lasciato il suo compagno, un attore del cast, deve istruire una guest star apparentemente psicolabile (esilarante John Turturro) e si prende cura della madre Ada (minuziosa seppur essenziale la veterana Giulia Lazzarini), ex insegnante di latino molto amata dai suoi studenti, da tempo ricoverata in ospedale per complicazioni del suo stato di salute. Livia, figlia di Margherita, ha difficoltà con il latino e vorrebbe lasciare il liceo. Giovanni (il più misurato Nanni Moretti di sempre), suo fratello, ingegnere pacato e abituato a compensare l’egocentrismo sommario e ansiogeno e le paure poco pragmatiche della sorella, vuole mollare il lavoro e intuisce per primo l’irreversibile china intrapresa dal cuore malato di mamma Ada.
Confronto inevitabile con il proprio Sé, forse il primo. Mentre la “madre”, icona di un’epoca e fagotto di coperte, si spegne, lasciando in eredità, ad ogni respiro, frammenti di verità al di là delle memorie quotidiane. Mentre la colonna familiare, mai posta in discussione, crolla lenta. Il rumore sordo della caduta avvolge il tran tran congestionato di Margherita, che salta in preda al panico sui suoi troppi set. Imparando a riflettere e ad amare più libera, forse.
Chi ha detto che un regista abbia il polso del suo “tempo”? Che riconosca i suoi “schemi” e che abbia la forza e la capacità di caricarsi sulle spalle il peso di una propria (riconoscibile? Allora deve essere pure giustificabile? Non invasiva ma militante?) ermeneutica della vita come della società che la ospita? E se poi ce lo dicesse lui/lei stessa, che il regista “è uno stronzo”? Per lavarsi le mani o per darci schietto il gusto della relatività di questo caos poco calmo che è sopravvivere e fare arte artifizio cinema? Se ci dicesse che non bisogna dargli/le retta ad ogni piè sospinto o meglio sospeso, ché non ha scienza infusa, ma solo con-fusioni, da strutturare  nella propria personale esplosione visiva.
Costato 7 milioni di euro e in sala con 400 copie, coprodotto da Rai Cinema e in lizza per Cannes (a breve la notizia, ma Nanni da Cannes accetta “tutto”), Mia madre, scritto e diretto da Nanni Moretti con una squadra numerosa, non prosegue semplicemente la cronaca familiare intima aperta con La stanza del figlio, né completa il diario/racconto viscerale e autoironico sul fare cinema morettiano iniziato con la su stessa carriera.
Con i suoi vuoti di montaggio e le sue piccole lacune, o meglio paludi, nella sceneggiatura, con i suoi morbidi trapassi tra sogno, allucinazione e realtà, Moretti è lucidamente se stesso. Narra schematico il magma dell’amore e di altri demoni. Dell’amore per l’unicum artistico e umano che è e diventa ogni volta il Cinema, dal sogno premonitore alla stesura del soggetto, dalla scelta delle musiche alle liti sul set, dalle idiosincrasie con la troupe alle crisi di significato “ciak dopo ciak”. Dell’amore  per la propria madre, per il dubbio, e per la nostalgia di un futuro che è scritto dai cambiamenti geneticamente codificati e insieme imprevedibili del corpo e della mente e delle sue volontà. Dei demoni della ragione che sciaborda, vacilla affonda nella sua perenne danza fallace sulle onde di tante tempeste, relazioni interrotte, figli da crescere, genitori da riscoprire, identità da trovare e salvare, espressioni e incubi intraducibili, sintassi da (de)costruire, verità irrevocabili, dolori da comprendere e accettare.
Romanzo di formazione adulta, cinefilo, autocitazionista, Mia madre viaggia nei ricordi di Nanni e vive delle sue debolezze, mette da parte le radici della sofferenza e scompone punti di osservazione e ruoli.
Si mette accanto ai suoi protagonisti, e lascia scorrere il flusso invisibile di emotività che si incontrano, detestano, amano, rimpiangono, salutano. E fa la sua “parte”, in parte. Da parte.

Sarah Panatta