Mektoub, My Love: Canto Uno

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’esprit de vie

Su note d’archi e su due ruote seguiamo Amin (Shaïn Boumédine), che sin dal suo rientro nella città natale (siamo nel sud della Francia, a Sète), scopre qualcosa che lo sconvolge legata a una carissima amica, Ophélie (Ophélie Bau). Già da questa scena Abdellatif Kechiche fa vedere in Mektoub, My Love: Canto Uno la sua mano e ci fa provare diverse sensazioni, innescando un gioco connesso al voyerismo (il ragazzo spia lei mentre fa l’amore con suo cugino Toni, divenendo quasi un alter ego della macchina da presa) e alla seduzione. Il momento in cui Amin citofona e viene accolto dall’amica è un mix tra imbarazzi, non detti, piacevolezza del rivedersi e il regista – puntando anche sulla macchina a mano – lancia segnali al co-protagonista e agli spettatori (basti notare come la nostra lei mangia le fragole). Il ragazzo è un aspirante sceneggiatore, ha lasciato gli studi di medicina a Parigi per rincorrere ciò che davvero gli interessa e il suo sguardo è uno dei punti fermi di un’opera in cui esplode la vita(lità), passo dopo passo, senza dimenticare attimi in cui ci un gesto e poche parole comunicano più di dialoghi fitti e puro divertimento in discoteca.
«Amin trascorre il suo tempo tra il ristorante di specialità tunisine dei suoi genitori, i bar del quartiere e la spiaggia frequentata dalle ragazze in vacanza. Incantato dalle numerose figure femminili che lo circondano, Amin resta soggiogato da queste sirene estive, all’opposto del suo cugino dionisiaco che si getta nell’euforia dei corpi». Detta in questi termini, sarebbero due facce della natura umana e di come si possa reagire agli stimoli che ci circondano – non è un caso che il regista franco-tunisino ponga in campo anche lo zio di Amin, preso dal desiderio di godersi la vita. Il modo di quest’ultimo di corteggiare esplicitamente induce a pensare anche a una sorta di sindrome di peter pan. Kechiche, però, sceglie di non mostrare delle ragazze terrorizzate dalla differenza d’età, conscie che c’è un limite e sta a loro – nel caso – travalicarlo. Parallelamente ascoltiamo discorsi sul matrimonio, sul disincanto di donne più mature verso unioni durature, propense a vivere il loro status di “libertà”. Il tutto accade pedinando queste vite di cui ci sentiamo partecipi.
Dopo La vita di Adele (2013), con Mektoub, My Love: Canto Uno ci si concentra su un periodo limitato del tempo – l’estate e precisamente siamo nell’agosto del 1994 – dando spazio e linfa, in particolare, a ragazzi. Kechiche cattura lo scorrere dell’esistenza e il fluire delle emozioni (dalla fragilità alla passione) nell’hic et nunc della vita di tutti i giorni, colta in quella stagione in cui, tanto più in gioventù, è spesso la spensieratezza a far da padrona. Un aspetto che ci si porta a casa è la radiografia del corpo, soprattutto femminile, come la macchina da presa lo metta in quadro, valorizzandolo ora con delicatezza, ora con sinuosità proprio come lo sono quelle “forme”. Tutto ciò è coerente al modo di far cinema del cineasta, basti solo pensare a Cous Cous, che lo fece conoscere al grande pubblico e in cui lo sfiorarsi delle mani lasciava il segno. In Mektoub My Love: Canto Uno i nostri protagonisti prendono di petto, ma si lasciano anche andare come le danze a cui si abbandonano. Una nota ci sentiamo di farla: qualche taglio avrebbe giovato ulteriormente alla buona riuscita del lungometraggio. D’altro canto, però, sorge spontanea l’idea che la dilatazione del tempo sia una scelta vera e propria e anche la lunga scena in discoteca sia stata pensata per far toccare ancor più con mano quella situazione, nella durata della vita vera.
«Mektoub in arabo significa destino, futuro, anche amore…», ha spiegato Kechiche durante la conferenza stampa alla 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed è questo che ci lascia il film, ridestandoci anche rispetto alle disillusioni. Una curiosità: l’ispirazione è stata offerta dal romanzo “La Blessure, la vraie” di François Bégaudeau, col cineasta che ha avvicinato quella materia al suo mondo.

Maria Lucia Tangorra