Marlina the Murderer in Four Acts

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8.0 Awesome
  • voto 8

La vendetta di una donna tranquilla

Tra le visioni più coinvolgenti e da ricordare della 27esima edizione del Noir in Festival, dove è stata presentata in Concorso prima dell’uscita nelle sale nostrane con Lab 80, un posto di riguardo va ritagliato senza ombra di dubbio a Marlina the Murderer in Four Acts, l’opera seconda di Mouly Surya che è approdata nella kermesse lombarda dopo una serie di importanti riconoscimenti raccolti nel circuito festivaliero. Un cammino, questo, inaugurato a Cannes 2017 con la premiere nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, dalla quale erano già arrivati pareri più che positivi. Ma chi ci conosce saprà perfettamente che siamo per natura un po’ come San Tommaso, che se non vede non crede. Ora l’anteprima italiana ha confermato le voci di corridoio e quanto di buono la pellicola della giovanissima cineasta indonesiana porta con sé, a cominciare dalla grandissima performance davanti la macchina da presa di Marsha Timothy, premiata per quest’ultima con il premio per la migliore attrice al Sitges – Catalonian International Film Festival.
La Timothy presta corpo e voce a un personaggio molto complesso, restituendo una prova che alterna fisicità estrema e intensità interpretativa. Un personaggio, il suo, con la quale si va a collocare nel solco delle donne guerriere, o meglio in quello dove una serie di figure femminili hanno saputo farsi valere sul grande schermo. La galleria in tal senso si sta via via arricchendo con il passare delle stagioni; non ultima la sexy e letale vendicatrice Jen di Revenge. Ma in quello della protagonista di Marlina the Murderer in Four Acts scorre e si mescola il sangue di altre intrepide combattenti, costrette da eventi tragici ed efferati eventi a farsi giustizia da sé attraverso una lama affilata: dalla sposa tarantiniana di Kill Bill alla Yuki del cult Lady Snowblood. Sono loro, a nostro avviso, i riferimenti ai quali la Surya ha rivolto lo sguardo per dipingere il ritratto cinematografico di Marlina, una donna che vive a Sumba, un’isoletta tra le migliaia che vanno a comporre l’arcipelago indonesiano, che sta risparmiando per poter seppellire il marito secondo i riti tradizionali. Ma un giorno il suo piano viene bruscamente interrotto da un uomo che si presenta alla porta e, impassibile, la informa che lui e sei compagni sono venuti per prenderle tutti i soldi, il bestiame e infine per stuprarla. Mentre è costretta a preparare la cena ai suoi aggressori, Marlina medita la propria vendetta. Intraprenderà un coraggioso viaggio alla ricerca di giustizia e lungo il suo percorso non smetterà di combattere contro un mondo che sembra essere dominato soltanto dalla violenza. E ad accompagnarla lungo il percorso, la testa mozzata del suo aguzzino e un affilato machete.
A ripensare al suddetto bagaglio che Marlina si è portata dietro, la mente non può che tornare a Django. Ed ecco un altro importante riferimento, non solo al cult di Corbucci, ma allo spaghetti western in generale, al suo immaginario e ad un altro illustre esponente come Sergio Leone, al quale la cineasta indonesiana si è rifatta per mettere insieme i pezzi drammaturgici e soprattutto visivi del suo secondo film. In effetti, sono sufficienti i primissimi fotogrammi della timeline per rendersi conto di quanto, cosa e da chi, la Surya abbia attinto a piene mani. Da questo punto di vista, Marlina the Murderer in Four Acts è un atipico western al femminile, un po’ come lo era stato a suo tempo il The Homesman di Tommy Lee Jones, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da Glendon Swarthout nel 1988. In tal senso, c’è moltissimo di leoneniano nelle immagini a campo aperto, impresse sullo schermo con geometrico rigore e impressionante precisione formale nel secondo e terzo atto. Le stesse caratteristiche che riesce ad applicare quando nel primo e nel quarto passa dalle distese polverose e aride dell’isola di Sumba (la maggior parte dell’Indonesia è piena di vegetazione, mentre Sumba è un’isola arida, molto simile al Texas) agli interni della casa, laddove la regista guarda, invece, alle prospettive e alle geometrie della composizione statica alla Ozu. La perenne staticità della macchina da presa è l’impronta con quale imprime ogni singola e curata messa in quadro, dalla quale è severamente bandito qualsiasi tipo di movimento dell’hardware, poiché la dinamicità è sempre data dalle azioni dei personaggi in campo. Dunque, ciò che emerge prepotentemente dalla visione della pellicola è la padronanza del mezzo e la sicurezza della regista nel saper personalizzare quanto preso in prestito dal genere e dai suoi predecessori. L’ecletticità e la versatilità che caratterizza il suo stile le consente di fatto di uscire dal mero citazionismo, lo stesso che però rivendica a gran voce quando rievoca nella colonna sonora le note di Morricone.
Le anime pop e classiche qui convivono e si mescolano senza soluzione di continuità, così come nel cinema della collega di origini iraniane Ana Lily Amirpour, per dare forma e sostanza, come annuncia il titolo, a un dramma in quattro atti, scandito dallo scorrere grafico sullo schermo di altrettanti capitoli (come era stato per Lady Snowblood). In Marlina the Murderer in Four Acts le follie tarantiniane incontrano le meraviglie del passato, quanto basta per trasferire sullo schermo un revenge movie in salsa western, dove una donna non ha paura di ribellarsi alla brutalità dell’universo maschile. E se dobbiamo proprio andare a trovare il pelo nell’uovo in un film sorprendente, capace di restare sempre in bilico tra reale e surreale (vedi gli incubi ad occhi aperti dell’aguzzino senza testa che suona uno strumento e che accompagnano la protagonista nel corso del suo viaggio), forse la durata e la discontinuità che si può registrare tra un atto e l’altro in termini narrativi: ricchi alcuni, meno altri.

Francesco Del Grosso