Manuel

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il cinema come mezzo di indagine psicologica produce ancora ottimi film

Viveva in un istituto per minori privi di sostegno famigliare, Manuel, e per la prima volta, all’età di diciotto anni, la bella novella: puoi uscire, annunciano le autorità, a patto che ti occupi di tua madre.
Già, tua madre. In carcere da chissà quanti anni, un padre inesistente e finalmente la sentenza: se suo figlio si occuperà di lei, questo calvario finirà, e le saranno concessi gli arresti domiciliari. Ma è Manuel in grado di occuparsi della madre? Serve innanzitutto un appartamento, e quello quasi se lo ritrova. È un po’ fuori mano, sembra ai margini di qualche autostrada romana, e, certo, è parecchio in disordine e sporco, ma con un po’ di impegno assumerà le sembianze di una casa pronta ad accogliere una donna che ha sofferto. Poi serve un lavoro, altrimenti come può garantire un sussidio? E per il lavoro c’è il forno. Gente seria, gente che lavora, qui non si scherza, sì sì va bene, ma io sono qui per lavorare, non mi interessa giocare. E poi serve tanta motivazione, e per quello c’è l’assistente sociale, pensi di essere in grado di farlo? Assolutamente sì, è mia madre, il nostro legame è di sangue e la cosa che mi dà più gioia è potermi occupare di lei. So che non sarà facile, ma è quello che voglio.
E poi c’è la madre. Ricoperta da sensi di colpa, figlio mio ti ho abbandonato, e ora faccio gravare su di te questo impegno. Non ti devi preoccupare, ci sono io.
Tutto come deve andare, Manuel si rimbocca le maniche dall’uscita dall’istituto alla fatidica sentenza finale. La telecamera penetra continuamente il suo sguardo, come a voler scavare nei suoi pensieri. Che ti succede Manuel, cosa provi? Vien da chiedere mentre le immagini si depositano così a lungo sui suoi occhi. Ma niente, assolutamente niente, sembra di leggere nell’espressione schiva. Ho altro a cui pensare, ora. E allora, insistente, l’occhio di vetro continua a seguirlo, ora immobile su un primissimo piano, ora in movimento, con l’ausilio del carrello che ne monitora i movimenti . È l’imperterrito occhio della macchina da presa, che in un certo senso sostituisce il nostro: scrutatori, non riusciamo a capacitarci di come un ragazzo così giovane sia mosso da un tale senso di responsabilità. Arriverà la ragazzata, arriverà il piccolo gesto che cela il moto di ribellione a chi non riconosce che è un diciottenne come altri, e in quanto tale ha diritto a vivere i suoi anni, per le responsabilità c’è sempre tempo. Ma, impassibile, Manuel trasgredisce continuamente il copione a cui siamo avvezzi. Certo, c’è quella tirata di cocaina, e accidenti all’amico che gliel’ha offerta, ma è solo uno scivolone, un banalissimo incidente di percorso.
Ridotta all’osso, la trama di Manuel, nuovo film di Dario Albertini, è una semplice ancella al servizio di una narrazione, che, più che una storia, vuole offrirci uno sguardo, uno scorcio, su una realtà a molti lontana, ma quanto mai reale e su cui è giusto soffermarsi: è la realtà delle cosiddette case famiglia, gli istituti che accolgono i minori privi di sostegno da parte delle famiglie, e non è un caso che il regista abbia deciso di realizzarlo subito dopo aver girato “La Repubblica dei Ragazzi”, il documentario con cui narrava la nascita, di queste case famiglia, risalente all’ormai lontano dopoguerra. Nonostante la storia non sia, dunque, troppo articolata, il film scorre in maniera fluida, grazie anche alle capacità interpretative degli attori che, a partire dal protagonista (Andrea Lattanzi), fino ad arrivare ai personaggi secondari, non smettono mai di convincere. Convincente anche da un punto di vista registico, la macchina da presa, come già accennato, viene usata più come mezzo di indagine psicologica che di narrazione vera e propria. E poi c’è la fotografia, che con i suoi giochi di luci e ombre e quel tono che non si allontana mai troppo dal grigio, riporta alla freddezza e alla solitudine vissuta da questi ragazzi, che senza aver mai ricevuto supporto, se non quello dell’istituto, si ritrovano ad affrontare la realtà, con quel tanto di indifferenza tipico di chi, forse, non si rende ancora del tutto conto di come è fatto il mondo perché nessuno glielo ha mai mostrato.
Nonostante la fluidità del racconto, tuttavia, Manuel rimane un film adatto a chi ama il cinema introspettivo, a chi, più che l’azione, cerca la rappresentazione. Chi si rispecchia in questa tipologia di pubblico si ritroverà senz’altro soddisfatto.

Costanza Ognibeni