Malati di sesso

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3.0 Awesome
  • voto 3

Il cinema che non crea dipendenza

Le dipendenze, si sa, non portano mai nulla di buono. Siano esse dipendenze da nicotina, dal gioco o, addirittura, dal sesso. Ne sanno qualcosa, a tal proposito, Giacomo e Giovanna, protagonisti della commedia Malati di sesso, appunto, opera prima del giovane regista Claudio Cicconetti e scritta da Francesco Apolloni, il quale interpreta anche il ruolo del protagonista. I due giovani personaggi, spinti dal desiderio di guarire dalla propria dipendenza, sentiranno il bisogno di consultare uno psicologo, nello studio del quale si incontreranno per la prima volta. Solo nel momento in cui il loro medico deciderà di ritirarsi temporaneamente dalla professione e, di conseguenza, dovranno improvvisare una terapia da soli, però, i due avranno l’occasione di conoscersi meglio e di condividere il loro problema.
Un soggetto potenzialmente interessante, dunque, ma che, tuttavia, finisce ben presto per rivelarsi totalmente prevedibile e dalla messa in scena che lascia parecchio a desiderare. Il principale problema di un lavoro come Malati di sesso, infatti, è proprio la scrittura, che vede dialoghi eccessivamente deboli, con espedienti comici spesso e volentieri forzati (vedi, ad esempio, il poco riuscito riferimento a Harry ti presento Sally o la scena in cui Giacomo va a farsi controllare la prostata) e scene che si susseguono vorticosamente una dopo l’altra, lasciando allo spettatore una spiacevole sensazione di incompiutezza. Ed ecco che, dunque, il viaggio dei due alla volta di una clinica in montagna – e la loro relativa permanenza – finiscono per durare solo pochi minuti. Stesso discorso vale per il loro viaggio in Puglia al fine di incontrare una sorta di guru: non vi sono significativi cambiamenti, non v’è neanche una necessaria introspezione psicologica, ma, al contrario, anche in questo caso ci troviamo di fronte a un paio di gag poco convincenti (vedi, ad esempio, il matrimonio celebrato durante quella occasione o lo svenimento del guru stesso) che finiscono per risolversi in men che non si dica grazie (o meglio, a causa di) un montaggio serrato che ogni volta altro non fa che tagliare le singole scene (già di loro penalizzate da una regia eccessivamente piatta) troppo presto, dando al tutto un taglio più da web serie che da prodotto cinematografico vero e proprio.
Discorso a parte meritano i personaggi e la loro relativa caratterizzazione. E, senza paura di esagerazione alcuna, si può tranquillamente affermare a gran voce che, in tale occasione, gli stereotipi ci sono davvero tutti: i protagonisti – così come i loro migliori amici – sono giovani (ma non più giovanissimi), belli, sempre alla moda e al passo con i tempi, in perenne crisi esistenziale, con lavori ricercatissimi (Giovanna è life coach, mentre Giacomo è conduttore radiofonico) e che, pur perdendo il lavoro, riescono magicamente a permettersi appartamenti lussuosi (da notare la location di fronte a Castel Sant’Angelo) e una vita agiata fatta di uscite e di frequentazioni di locali alla moda. Volendo focalizzarsi, invece, sui personaggi secondari, vediamo che ognuno di loro viene trattato alla stregua di una vera e propria macchietta (particolarmente degni di nota, a tal proposito, la figura della commessa del negozio di animali o il medico e l’infermiera che lavorano presso la clinica di montagna), caratterizzato con gesti ed espressioni decisamente innaturali che vorrebbero essere comici, ma che non fanno altro che stranire ulteriormente lo spettatore, già provato sin dai primi minuti dall’inizio della visione.
Una vera delusione, dunque, questo primo lavoro di Cicconetti. Un film che, malgrado un’importante produzione alle spalle, male ha saputo gestire le risorse a disposizione e del quale, probabilmente, difficilmente ci si ricorderà.

Marina Pavido