L’uomo che rubò Banksy

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7.0 Awesome
  • voto 7

Prendi l’Arte ma non metterla da parte

Di Banksy e della sua identità si conosce poco e nulla (secondo uno studio condotto dal Mail on Sunday nel 2008, tuttavia, l’elusivo artista britannico sarebbe Robin Gunningham, già studente della Bristol Cathedral Choir School, mentre per altri ritengono che sia in realtà il musicista e graffitista Robert Del Naja dei Massive Attack), se non il Paese d’origine, l’Inghilterra, e il fatto che sia da anni considerato uno dei maggiori esponenti della street art, le cui creazioni sono diventate oggetto di esposizioni a tutte le latitudini e di compravendite sul mercato con prezzi da capogiro capaci di raggiungere le sei cifre. Ultima in ordine di tempo il quadro dal titolo “Bambina col palloncino”, la cui parziale e programmata autodistruzione avvenuta durante l’asta a Sotheby’s lo scorso ottobre, dopo che il dipinto era stato battuto a 860.000 sterline, è diventata un caso che ha fatto il giro del mondo, come spesso accade quando di mezzo c’è l’artista britannico. Viene da sé che un personaggio di tale portata, autore di simili azioni provocatorie, non potesse che attirare l’attenzione della Settima Arte e di alcuni suoi esponenti, portando alla nascita di documentari come Exit Through the Gift Shop (attribuito allo stesso Banksy e co-diretto con Shepard Fairey), The Antics Roadshow (co-diretto sempre da lui e Jaimie D’Cruz), How to Sell a Banksy di Christopher Thompson e Alper Cagatay, Banksy’s Coming for Dinner di Ivan Massow, Saving Banksy di Colin M. Day e Banksy Does New York di Chris Moukarbel, sino al più recente L’uomo che rubò Banksy di Marco Proserpio. Quest’ultimo, dopo un proficuo percorso nel circuito festivaliero iniziato ad aprile al Tribeca, è stato presentato alla 36esima edizione del Torino Film Festival 2018 nella sezione “Festa Mobile”. Ed è nel corso della kermesse piemontese che abbiamo potuto vederlo in anteprima italiano ad una manciata di giornidall’uscita nelle sale nostrane con Nexo Digital l’11 e 12 dicembre. E aggiungiamo per fortuna, perché nella versione realizzata per il mercato italiano la voce narrante di Iggy Pop e quelle delle diverse personalità intervistate (tra cui i più grandi esponenti della Street Art) sono state sostituite da un irritante over sound che rovina e non poco la fruizione. Per cui consigliamo caldamente di recuperare la versione originale.

Detto questo il film di Proserpio riavvolge le lancette sino al 2007, quando il misterioso artista britannico si introdusse nei territori occupati in Palestina per firmare a suo modo case e muri di cinta. Non tutti i palestinesi gradirono, mentre qualcuno invece decise di trarne vantaggio: uno dei murales, infatti, che raffigurava un soldato israeliano che chiede i documenti a un asino, venne letteralmente asportato, dando vita a un’odissea in bilico tra il mercato d’arte e la politica internazionale. L’uomo che rubò Banksy inizia come la storia sul più importante street artist dei nostri tempi narrata dalla prospettiva palestinese, ma presto si trasforma nella scoperta di un vasto mercato segreto di muri e dipinti rubati dalle strade di tutto il mondo, di culture che si incontrano e si scontrano nel confronto con una situazione politica insostenibile e, naturalmente, nel dibattito in corso sulla commercializzazione della street art rispetto alla sua conservazione. Non è una storia singola, ma molte.

Il regista, dunque, amplia gli orizzonti narrativi e tematici della pellicola smarcandola dalla struttura biografica (come era stato invece per Exit Through the Gift Shop) per arrivare ad un discorso più vasto che mette al centro una forma d’arte da tanti non considerata tale, effimera e destinata a scomparire. Per farlo, la macchina da presa inizia e conclude il suo viaggio in quel di Betlemme, usando come pretesto la vicenda del furto del celebre murales “The donkey with the soldier” per parlare a 360° di un’espressione artistica, del suo futuro, dell’esigenza di essere preservata e della sua perdita o no di “valore” nel momento in cui le creazioni di turno, indipendentemente da chi le ha realizzate, vengono sottratte al contesto dove sono nate. Questo fa de L’uomo che rubò Banksy un documento efficace, prezioso per certi versi perché utile a entrare in contatto con un mondo a molti sconosciuto, sul quale ci sono tantissimi pregiudizi. E la bravura di Proserpio sta in primis nell’avere trovato la formula giusta e il modus operandi per farlo, disegnando sullo schermo le traiettorie di una sorta di thriller on the road incalzante, spinto lungo il percorso dalle musiche di Federico Dragogna, Victor Kwality e Matteo Pansana.

Francesco Del Grosso