Lucky

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Lucky Dean Stanton

Questa pellicola di John Carroll Lynch, solo omonimo del più noto David Lynch, si intitola Lucky, ma l’intestazione della pellicola poteva essere anche “Harry Dean Stanton”. Non solo perché l’attore kentuckyano è protagonista indiscusso della vicenda, ma proprio perché c’è un’aderenza di età e sfumature di carattere tra il personaggio inventato e l’attore vero. Il film potrebbe essere benissimo un “adattamento”, traslato in finzione, del documentario Harry Dean Stanton: Partly Fiction, da cui coglie l’essenza beffarda dell’attore. Scritto da Logan Sparks e Drago Sumonja, che firmano la loro prima sceneggiatura, Lucky, presentato al Cineuropa Compostela 2017, è un simpatico e leggero quadretto che vuole descrivere la vita di un solitario vegliardo ancora in grado di fare a braccio di ferro con la vita, e con la sua tenace voglia di non cedere. Lucky si potrebbe definire un dinosauro o un vecchio cowboy in un mondo ormai cambiato, in cui lui ci si riconosce poco o nulla. Tanto inflessibile nei suoi ragionamenti, quanto “flessibile” nel sopportare certi cambiamenti sociali che gli ruotano intorno (ad esempio i due ragazzi gay). La sua vita, organizzata minuziosamente, si svolge tra la sua casa (fortino che conserva la sua storia) e i bar in cui può bere e battibeccare con gli astanti.

Lucky non ha certamente uno script che eccelle di originalità, seppure riesca a infilare qualche battuta e qualche conversazione tagliente, oltre a qualche toccante momento umano. I dialoghi funzionano soprattutto quando vengono pronunciati da Harry Dean Stanton oppure David Lynch, e i cui duetti sembrano come tra due vecchi compagni ormai in disuso. Però il film acquista grazia e consistenza con la regia di John Carroll Lynch, attore e caratterista apparso in più di cento pellicole e serials, e apprezzato in diversi cult, come ad esempio Fargo, Zodiac, Gran Torino, Shutter Island o Jackie (nella parte di Lyndon B. Johnson). Per il suo esordio registico Lynch lavora di sottrazione, e lascia ampio spazio agli attori. La sua scelta non è di filmare quanto fa Lucky, ma osservare e rendere omaggio a ogni inquadratura a Harry Dean Stanton. Il veterano caratterista, nuovamente protagonista, regge completamente sulle sue spalle il film, con il suo asciutto corpo corroso dalla vecchia e la sua voce anziana ma arzilla. La vitalità e caratura della sua recitazione, che infonde al film il valore aggiunto, lo si nota quando è in canottiera e mutande (e con gli immancabili stivali da gringo) oppure cantare una appassionata canzone spagnola accompagnato da un gruppo di Mariachi. Ma anche il restante parterre attoriale si rivela interessante, soprattutto perché si ritrovano volti (e corpi) di un cinema molto anni Ottanta. Al già citato David Lynch, che interpreta uno svampito anziano, ci sono Ed Begley Jr., apparso in oltre 300 film; l’invecchiato James Durren, noto come co-protagonista nel telefilm T.J. Hooker, e Tom Skerritt, che aveva fatto coppia con Stanton in Alien. Al netto dei difetti, che sono pochi, in verità, Lucky è una commedia umana, che ricorda un poco anche la dolcezza espressa in Una storia vera, e rimanendo nel “mondo Lynch”, la pellicola si colora anche di (o)scuro lynchiano nel momento in cui Lucky segue in un vicolo Paulie, l’amico gestore del bar. La scena, ccompagnata con una rimbombante musica, si svolge in una notte ambigua, e a un tratto, da una misteriosa porta, fuoriesce una lussuriosa luce rossa. Rosso passione e/o rosso sangue di un mondo altro, che Lucky varca, ma di cui il giorno dopo non si ricorda più nulla.

Roberto Baldassarre