Los años azules

0
6.5 Awesome
  • voto 6.5

Sotto le stesso tetto

In un’edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, la 54esima per la precisione, dedicata al cinema al femminile e nella quale si raccontano molte storie di donne, non poteva mancare all’appello tra i sei titoli in corsa per il Premio Lino Miccichè una pellicola scritta e diretta da una regista. La scelta del comitato di selezione della kermesse marchigiana è caduta su Los años azules, l’opera prima di Sofía Gómez Córdova, che è approdata sugli schermi pesaresi dopo aver raccolto una serie di riconoscimenti in madre patria e nel circuito festivaliero internazionale, alla quale è stato dato il compito di aprire la competizione.
L’azzurro del titolo è il colore che viene attribuito alla fascia d’età che va dai venti ai trent’anni, in cui si dice che si definisca la vita delle persone. Ma in realtà sono l’incertezza e la fragilità di quegli anni ad alimentare il fuoco drammaturgico e narrativo, oltre ai caratteri, ai pensieri e alle azioni dei singoli personaggi che popolano la storia al centro del film della Córdova.
Sulla carta si tratta di un’opera che si va a collocare nel filone del dramma da camera, con l’identikit che porta diritti al ritratto generazionale nato e cresciuto nel ventre di una trama fatta di scambi e passaggi narrativi che prendono via via forma e sostanza sul grande schermo, generando a loro volta una moltiplicazione di sottotrame e punti di vista che stratificano lo script. La cineasta messicana ci trascina in una vecchia casa nel centro storico di Guadalajara al seguito dei suoi sei giovani inquilini. Il risultato è un corpus di personaggi, dinamiche e dialoghi, che viaggiano a briglie sciolte nonostante la condizione di circoscrizione che li confina tra le quattro pareti di una casa. Questo fa di Los años azules un kammerspiel contemporaneo tra le topografie domestiche, dove si consuma un dibattito esistenziale, generazionale e sentimentale, che segue il percorso classico dello scontro/incontro tra personaggi inizialmente distanti. E la mente per analogie, ma seguendo registri e tonalità differenti, ritorna a film come L’appartamento spagnolo o Fino a qui tutto bene, con la pellicola della Córdova che, come quelle firmate dai colleghi, restituisce una parentesi di vita (con elementi autobiografici) di un gruppo di ragazzi in cerca di un proprio posto nel mondo.
La limitazione imposta dall’unicità spazio-temporale non costituisce mai un ostacolo né per la regia tantomeno per gli interpreti. La macchina da presa sta sui personaggi e questi a loro volta non si nascondono da essa. Al contrario, i m2 a disposizione si tramutano in una sorta di ring di mattoni e calcestruzzo dove va in scena, in nome del realismo e della verità, un quotidiano confronto aperto che non ha confini e nemmeno schemi, se non quelli mentali, ideologici, culturali e sociali, di coloro che li sollevano. Le uniche imposizioni semmai arrivano dall’esterno, da quelle responsabilità che bussano continuamente alla porta (il peso di un domani incerto, gli adulti, le paure e le insicurezze) e da un tetto che, minaccioso, potrebbe cadere da un momento all’altro sulle teste dei protagonisti. Il tutto costantemente sotto gli occhi vigili di un sesto inquilino, un gatto che silenzioso osserva ogni cosa, notte e giorno, senza giudicare.

Francesco Del Grosso