Loro 2

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8.0 Awesome
  • voto 8

Parco Giochi

Un’opera scissa. Un lungometraggio diviso in due parti esattamente come i volti del suo protagonista. Un film destinato a dividere nei medesimi modi in cui il personaggio messo al centro dell’attenzione cinematografica ha tranciato il paese in due fazioni nette. Sorrentino sì, Sorrentino no. La Storia (non) insegna, nel paese dei Guelfi e dei Ghibellini.
Eppure gli intenti dell’autore napoletano, da tempo in possesso di una cifra stilistica ormai codificata, risultano cristallini. Dopo la spietata descrizione del sottobosco in febbrile attesa dei favori del Capo di Loro 1 e l’introduzione di un Silvio Berlusconi al massimo della propria fittizia soavità, Loro 2 non poteva che giungere al cuore del discorso. Che in questo caso riguarda l’essenza dell’uomo Silvio Berlusconi, ovviamente trasfigurato nell’ottica che il dittico Loro gli riserva. Questa è la regola prima dell’Arte; e se Berlusconi non fosse Berlusconi dovrebbe essere contento di questo, forse imprevisto, flash d’immortalità in vitam. Perché qui non c’è uno scudo rossocrociato dietro cui il per nulla narciso Giulio Andreotti amava celarsi, come traspariva chiaramente da Il divo (2008); in Loro c’è solo e solamente Silvio, maschera tragica sconfitta dagli eventi ma soprattutto dalla sua hybris, dal non aver mai provato a conciliare una vena ludico-infantile (“bambino” mai cresciuto perennemente affamato di carne giovane) con un’immagine pubblica da presunto statista, peraltro viziata a monte da ossessioni ridicole. E infatti Loro 2 ci racconta, quasi si trattasse di una parabola esistenziale concentrata in un pugno avvenimenti a conoscenza più o meno di tutti, che dopo i giochi di società, i sorrisi di circostanza e le grazie muliebri generosamente esposte c’è solo e unicamente la solitudine della sconfitta. Non quella di aver commesso errori, ma l’amara consapevolezza di aver barato in primo luogo verso se stessi e di conseguenza tutti gli altri.
La seconda parte dell’opera, ad ulteriore testimonianza delle intenzioni di Sorrentino, non illumina i riflettori sul Berlusconi in versione satiro come magari qualcuno avrebbe auspicato. Non punta ad infierire su un’immagine eticamente indifendibile. Tiene a bada i consueti virtuosismi di regia – che pure sono presenti anche in quest’occasione, esemplificati da un bellissimo piano-sequenza e inquadrature assai “arty” – per concentrarsi in modo pressoché esclusivo su aspetti intimi che non possono non riverberarsi su quelli pubblici. Ecco allora che il rapporto con Veronica Lario giunge a conclusione, attraverso una lunghissima e pregnante sequenza di dialogo che pare uscita dalla penna di Aaron Sorkin per quanto mette in evidenza i grandi torti e le poche ragioni delle due parti in causa. Poi lo scintillio delle serate bunga-bunga, in cui i due universi descritti nella prima parte vengono a contatto ma senza deflagrare in chiave sensazionalistica. Facendo anzi conoscere al padrone di casa l’acre sapore della delusione nel dare per scontato ciò che non lo è. In apertura di Loro 2, opera come detto bifronte, il colpo di genio: mettere a colloquio Silvio Berlusconi con Ennio Doris, amico e sodale del Cavaliere nonché fondatore della Banca Mediolanum, interpretato da… Toni Servillo. Del resto Loro sono Loro: fabbricati in serie si cercano e si trovano. E molto si somigliano. Sin troppo.
Anche l’aspetto politico deraglia ovviamente in un ambito farsesco, con la compravendita di senatori a ritmi da catena di montaggio e la canzoncina “Meno male che Silvio c’è” a fare da semplice prolungamento dei capricci di un uomo fermamente convinto di poter acquistare ogni cosa, dalla fedeltà delle persone fino ad una forma del tutto particolare e soggettiva d’amore. Peccati di superbia e autentici reati passano dunque sotto i nostri occhi di spettatori incapaci di distinguere tra gioco e moralità; la stessa situazione di confusione indotta che deve aver assalito gli elettori al momento di esprimere il proprio voto da quasi venticinque anni a questa parte. E stavolta non stonano affatto – nonostante la consueta semplicità della metafora – le immagini de L’Aquila terremotata eletta a simbolo dell’Italia intera. Con il recupero dalle macerie della scultura del Cristo ormai senza vita è assieme, oltre che istantanea post-post-felliniana osservata dal punto di vista del Cinema, messaggio di utopica speranza e beffarda rassegnazione. Nel segno di una rimarchevole ambiguità che fa del dittico Loro quel gran film contemporaneo il cui valore intrinseco non tutti sapranno (o vorranno) riconoscere.
Peccato. Ma, d’altra parte, nemo propheta in patria. Almeno nella Settima Arte.

Daniele De Angelis