L’isola dei cani

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9.0 Awesome
  • voto 9

Nel fantastico mondo di Wes

Quando pensiamo ad un autore come lo statunitense Wes Anderson, subito ci vengono in mente immagini dai toni pastello, composizioni del quadro perfettamente simmetriche, personaggi che sembrano saltati fuori da libri di fiabe e poi carrellate, carrellate ed ancora carrellate. Sono tutte storie con importanti – e spesso non facili – temi di fondo, quelle messe in scena da Anderson. Difficili da digerire, eppure narrate con una tale lievità – con toni meravigliosamente naїf – dai chiari rimandi truffautiani, letti, tendenzialmente, in chiave fiabesca. Ed ecco che storie di solitudini, ma anche di vere e proprie comunità relegate ai margini della società sono diventate, nel giro di pochi anni, il vero marchio di fabbrica del regista statunitense, il quale, a sua volta, per questo suo stile così marcatamente autoriale, è spesso stato accusato anche di eccessivo manierismo. Ma tant’è. Wes Anderson è così: o lo si odia o lo si ama. Di certo, però, nessuno può contestare il fatto che il cineasta di Houston di padronanza del mezzo cinematografico ne abbia da vendere. E che, proprio per questo suo singolare modo di fare cinema, è riuscito, nel corso degli anni, ad accattivarsi i consensi di grandi e piccini. Poco stupisce, dunque, il fatto che in molti abbiano atteso con trepidazione il suo secondo lavoro di animazione (dopo Fantastic Mr. Fox, del 2009), Isle of Dogs (nella versione italiana L’isola dei cani, in uscita il prossimo Maggio), presentato in Concorso e come film d’apertura alla 68° edizione del Festival di Berlino. Un elegante stop motion – misto ad immagini che tanto stanno a ricordare le litografie di Hokusai e di Eisen – viene scelto dal regista per raccontarci una vicenda che, apparentemente, può apparirci quasi surreale, ma che, analizzata a fondo, è molto più concreta di quanto possa inizialmente sembrare. Ci troviamo in Giappone, precisamente nel 2037, nella città di Megasaki. Misteriosamente, tutti i cani della città si sono ammalati di un morbo sconosciuto. Il sindaco Kobayashi, un uomo privo di scrupoli, affiancato da un inquietante consigliere che tanto sta a ricordarci il Nosferatu di Friedrich W. Murnau, ha deciso di confinare tutte le bestie in un’isola piuttosto lontana dalla città. Suo nipote – un coraggioso ragazzino di dodici anni di nome Atari – riuscirà, tuttavia a raggiungere l’isola, al fine di ritrovare il suo amato cane Spots. Qui il giovane incontrerà un’altra banda di coraggiosi cagnolini – capeggiata dal burbero ma generoso Chief – che lo aiuteranno nel suo intento.
Non si tratta soltanto di una storia di amicizia tra uomo e animale. O meglio, non solo. Da bravo cineasta continuamente in maturazione qual è, Anderson ha dato vita ad un prodotto molto più complesso e stratificato di quanto inizialmente possa sembrare. E quindi non è solo l’importanza dei nostri amici a quattro zampe ad essere messa in scena, bensì soprattutto sono i danni dell’uomo – con non troppo velati riferimenti al disastro di Fukushima – a fare da filo conduttore in Isle of Dogs. L’uomo, la macchina, le fabbriche, l’inquinamento sono tutti fattori che non hanno fatto altro che danneggiare ciò che di prezioso in natura avevamo. Una storia dal respiro universale, che, anche se ambientata in un ipotetico futuro, potrebbe funzionare perfettamente in qualsiasi periodo storico. Una storia che, a tratti, si ispira persino ad Antoine de Saint-Exupéry e dove sono i sentimenti più puri a trionfare, evitando, però, ogni pericolosa retorica.
Ad arricchire una già di per sé soddisfacente messa in scena, vi sono suggestivi momenti di rappresentazioni di teatro Kabuki, i quali non fanno altro che completare una fedelissima ricostruzione del Giappone, con atmosfere rese ancora più vive da un commento musicale firmato Alexandre Desplat (il quale, fortunatamente, questa volta ha evitato di “strafare”, mantenendosi sì moderato, ma anche incredibilmente incisivo, con un leit motiv essenziale di tamburi che quasi vogliono stare a scandire i movimenti di ogni singolo personaggio).
Con un vero e proprio crescendo qualitativo della sua filmografia, Wes Anderson, dunque, riesce nuovamente a stupire, rivelandosi capace di gestire ogni singolo aspetto della messa in scena, senza mai rivelarsi scontato. Insieme all’ottimo Moonrise Kingdom (2012), probabilmente Isle of Dogs può classificarsi di diritto come uno dei suoi lavori maggiormente riusciti. Che sia proprio l’animazione il campo in cui Anderson riesce a dare il meglio di sé? La cosa è assai probabile.
Piccola chicca: a prestare la voce ad uno dei personaggi troviamo nientepopodimeno che Yoko Ono. Apprezzeranno i beatlesiani o non riusciranno a digerire la sua figura neanche in questo contesto? La scrivente, ad esempio, ha apprezzato. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Marina Pavido