L’esorcismo di Hannah Grace

0
4.5 Awesome
  • voto 4.5

Spegni un diavolo in me

Di possessioni demoniache ed esorcismi sul grande schermo ne abbiamo visti di tutti i tipi e in tutte le salse possibili ed immaginabili. Ne sanno qualcosa le varie Regan MacNeil, Nancy Aglet, Emily Rose, Angela Holmes, Emily ‘Em’ Brenek, Maria Rossi, Deborah Logan, Nell Sweetzer, Anna Ecklund, Judith Winstead e Michaela Klingler, che una dopo l’altra sono state liberate dal male che si era impossessate di loro. Ultima in ordine di tempo a ritornare in grazia di Dio è Hannah Grace, il cui esorcismo apre il nuovo horror diretto da Diederik van Rooijen, al cinema dal 31 gennaio con Warner Bros. Entertainment Italia in 270 copie.
Nell’incipit di L’esorcismo di Hannah Grace viene sfoggiato tutto il campionario a disposizione del religioso incaricato di cacciare il demonio dalla malcapitata di turno, ma non sempre litri di acqua santa, Bibbie e croci sono state sufficienti a portare a termine la missione. Nella pellicola diretta dal filmmaker olandese, qui alla sua prima esperienza hollywoodiana dopo una serie di prove sulla breve e sulla lunga distanza per il piccolo e grande schermo realizzate tra e mura amiche (tra cui Daglicht e Taped), il rituale sulla povera Hannah non è come siamo soliti vedere il momento che scandisce lo showdown tra il bene e il male, bensì l’inizio di una battaglia soprannaturale consumata in un altro luogo da personaggi non appartenenti alla sfera religiosa. L’azione, infatti, si sposta diversi mesi più tardi lo scioccante esorcismo che ha tolto la vita alla giovane donna nell’obitorio del Boston Metro Hospital, laddove durante il turno di notte all’accettazione salme una ex-poliziotta caduta in disgrazia di nome Megan Reed riceve proprio il cadavere sfigurato di Hannah. Bloccata da sola nei corridoi del seminterrato, la protagonista ha visioni terrificanti e inizia a sospettare che il corpo possa essere posseduto da una spietata forza demoniaca. Da quel momento una serie di eventi metteranno a repentaglio la sua esistenza già travagliata, che l’hanno portata ad abbandonare la polizia e diventare una tossicomane alcolizzata.
Ciò sulla carta getta le basi per una diversificazione dell’opera in questione dall’enorme mole di esempi illustri e non partoriti nei decenni (da L’esorcista di Friedkin a The Exorcism of Emily Rose di Derrickson) da un filone che nel mezzo e sino ai giorni nostri ha visto approdare pochissime cose degne di nota. Quello firmato da van Rooijen non rientra tra quelle meritevoli di essere ricordate, anzi a conti fatti risulta come uno tra i più deboli film inscrivibili nel genere insieme a The Vatican Tapes di Mark Neveldine e al misconosciuto Blackwater Valley Exorcism di Ethan Wiley. Seppur non originalissimo nella scelta della location principale (si pensi ad Autopsy di André Øvredal) e negli sviluppi di molte dinamiche narrative, l’idea di avere qualcuno bloccato tra le stanze e i corridoi asettici di un obitorio, faccia a faccia con i suoi demoni interiori e con il vero demone, poteva offrire all’autore e di conseguenza alla platea una serie di varianti interessanti. In fase di scrittura si evince il tentativo di andarle a scovare, ma quelle scelte per alimentare il plot e la timeline sono quanto di più forzato e tirato per i capelli si potesse generare. La linea mistery è un castello di carte destinato a crollare da lì a breve, la componente claustrale non opprime quanto avrebbe dovuto e i crescendo della tensione al momento della detonazione non fanno saltare dalla poltrona. Venute meno tutte le colonne portanti, di conseguenza c’è poco da salvare in un horror che non disgusta, non genera brividi, ne tantomeno spaventa. L’esorcismo di Hannah Grace è a tutti gli effetti per modus operandi, approccio e linea guida uno shocker di nuova generazione ma che strizza l’occhio alla vecchia scuola, peccato che dalla suddetta componente orrorifica non riesca a prendere nulla di utile alla causa.
Ciò che resta è una Shay Mitchell che prova a fare di tutto per dare spessore e credibilità al personaggio di Megan, ma nonostante i sforzi profusi la figura dei quali vesti i panni non è altro che il classico uccello dalle ali spezzate rinchiuso in gabbia da una scrittura schematica, povera di guizzi e ampiamente prevedibile. E sulla stessa linea sarà costretto a muoversi anche chi l’ha diretta, con il regista olandese che ha fatto quello che poteva in termini di soluzioni visive per provare a tenere a galla la zattera, ma salvo qualche scena tecnicamente efficace (vedi la morte sul tetto dell’infermiera Lisa Roberts) e una fotografia di qualità, l’operazione non soddisfa per niente, lasciando a digiuno gli spettatori in cerca della dose giornaliera di paura.

Francesco Del Grosso