Le invisibili

0
6.5 Awesome
  • voto 6.5

Escluse dalla società

Realizzare un lungometraggio incentrato su una ben definita fascia della popolazione, in pratica abbandonata a se stessa come quella femminile prova di fonti di sostentamento – che non fa notizia, non “consuma” e nemmeno fa sentire la propria presenza a livello elettorale – deve essere sembrata una buona idea al regista francese Louis-Julien Petit. Il quale aveva già peraltro dimostrato una certa attenzione a tematiche d’impegno sociale nella sua opera prima Discount (2014). E, in assoluto, pare difficile dargli torto. Poiché questa storia di donne che, dopo essere state psicologicamente azzerate da varie vicissitudini esistenziali, riguadagnano la fiducia in loro stesse mediante una ritrovata unità d’intenti, avrebbe avuto tutte le potenzialità per mettere d’accordo pubblica e critica. Eppure qualcosa, alla fine, mitiga l’entusiasmo iniziale, dando comunque per scontata l’impressione di trovarsi di fronte ad un’opera capace di sottolineare doppiamente un ruolo sociale svantaggiato, quello cioè di essere appunto donna e magari anche in età non più giovane, come testimoniano la maggior parte delle protagoniste del film.
Le invisibili – questo il titolo, già di per se “programmatico” dell’opera – si sviluppa, narrativamente parlando, su due fronti. Da un lato ci porta a conoscenza delle frequentatrici di un centro di soggiorno diurno per donne prive di alloggio e reddito; dall’altro prova a scavare nelle esistenze del personale qualificato – anch’esso ovviamente femminile – che lavora nel medesimo centro. L’obiettivo di Petit, anche sceneggiatore, si chiarisce nitidamente con il trascorrere della visione: dare cioè un colpo al cerchio ed uno alla classica botte. Girare un film intriso di un realismo alla Ken Loach – o, se preferite, dedito alla ricostruzione del reale attraverso un procedimento alla Laurent Cantet, per restare in terra francese – ma contaminandolo con echi di commedia più commerciale, abbinando alla denuncia anche un po’ dell’ottimismo per grandi platee tipico di certi blockbuster alla Full Monty (1997), tanto per rendere appieno i contorni del tipo d’operazione. Quello che ne esce è però una sorta di ibrido che, sia pur non privo di un certo interesse, non appare calibrato al meglio. La spontaneità dell’empatia lascia spesso il posto, in chi guarda, alla sensazione di assistere ad un film anche troppo studiato a tavolino, comprese digressioni sentimentali da cinema hollywoodiano decisamente incongrue per un’opera che ambirebbe innanzitutto alla riflessione più totale su un argomento sensibile come quello portato alla luce. Restano allora all’attivo alcune istantanee di bruciante verismo, in primis l’ostinazione di Manu e Audrey – rispettivamente la responsabile del centro e l’operatrice più attiva – nel non voler abbandonare nessuna delle ospiti al proprio destino. Resistendo, se necessario, anche alla spada di Damocle di una burocrazia ottusa e senza cuore – altro luogo comune sottolineato nel film in maniera evidente – che risulterà determinante in un epilogo comunque costruito con tutti i crismi della spettacolarità intelligente. Dote quest’ultima che certamente non manca a Jean-Louis Petit – vedere anche, oltre alla buona direzione di un cast comprendente anche parecchie attrici non professioniste ad interpretare loro stesse, il raffinato lavoro di messa in scena nell’ambito della finzione stessa, allorquando le ospiti si “allenano” nella dimostrazione pratica delle rispettive competenze – al quale però andrebbe rimproverata una maggior coerenza nella direzione etica e morale da fornire al suo film. Una volta appurata la risaputa impossibilità di accontentare tutti i gusti, unico ma purtroppo affatto trascurabile difetto di cui può essere accusato un lungometraggio come Le invisibili.

Daniele De Angelis