L’atelier

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  • voto 6.5

Un certo sguardo sui giovani e la Francia

Presentato al Festival di Cannes 2017, nella sezione di Un Certain Regard, L’atelier di Laurent Cantet è un’altra attenta disamina della società attuale attraverso lo scrutamento di un assortito gruppo di persone che si relazionano tra loro. Il “certo sguardo” di Cantet è sempre concentrato sui volti, sulle espressioni e soprattutto sulle parole e i discorsi che scaturiscono. I suoi personaggi sono prodighi nell’esprimersi e nel commentare i propri pensieri o dubbi, e in tal modo si riempiono le figure trattate e allo stesso tempo si descrive, attraverso i fittizi personaggi, la realtà al di fuori dello schermo. Un cinema, quello di Cantet, semplice nell’espressione cinematografica ma denso nel linguaggio verbale, che va ascoltato attentamente, senza tralasciare, comunque, le immagini cristalline.

Guardando L’atelier, ma anche le precedenti opere, Laurent Cantet potrebbe essere definito un regista/autore socratico, che con la sua macchina da presa “interroga” lentamente, puntandoli con l’obiettivo, i personaggi, senza forzare, per fargli esprimere i loro concetti. È una maieutica cinematografica, in cui anche lo spettatore si trova a ragionare già al momento delle discussioni, senza dover attendere la fine della pellicola e riflettere su quanto è accaduto. Ma Cantet non vuole giudicare e/o prendere una posizione, ma semplicemente filmare e mettere sul tavolo i fatti, a cui ognuno può aderire o dissentire. In questa nuova indagine cinematografica, sceneggiata dallo stesso regista e da Robin Campillo (autore dell’acclamato 120 battiti al minuto), quello che interessa a Cantet è mostrare l’alienazione che sta colpendo molti giovani, qui rappresentati da figure di diversa estrazione sociale e di differente etnia.
L’atelier inizia da lontano, da un “altro mondo”, essendo le prime immagini quelle virtuali del gioco di ruolo “The Witcher 3”. Immagini improvvise che hanno una spiegazione solo successivamente, e che riusciamo a ricollegare ad Antoine, il giovane che Cantet decide di analizzare maggiormente. La scelta di iniziare in questo modo sottolinea subito come la realtà sia stata surclassata dalla finzione virtuale. Antoine è una di quelle figure con spiccata intelligenza, ma che annaspa nell’incerto del quotidiano. È quello del gruppo sempre più distaccato (non prende l’autobus assieme agli altri, oppure nell’intervallo si isola e si concede immersioni nel mare); ed è anche quello che riesce, diversamente dagli altri, a costruire una funzionale trama di finzione per il thriller che la professoressa Olivia Dejazet sta realizzando nel workshop, seppure “psicotico” nel discorrere dei problemi reali del presente.
Per attuare nuovamente un’indagine antropologica, in cui il fattore umano è fondamentalmente imprescindibile, Laurent Cantet però si serve anche dello spazio che circonda i personaggi, e che “contagia” i loro atteggiamenti e la loro visione. Il suo è un cinema testardamente radicato nella realtà, in cui anche il paesaggio urbano è importante. In questo caso la piccola città di La Ciotat, nota cinematograficamente per L’arrivo del treno alla stazione de La Ciotat, ma nel reale come uno dei maggiori ex poli industriali marittimi francesi, ormai smantellato. La scelta di questo luogo “fantasma di se stesso” diviene una sineddoche socio-urbanistica utile per tastare il polso all’intera Francia. Un paese che sempre maggiormente, dietro una superficiale ricchezza, sta andando alla deriva storicamente e politicamente (come rappresenta bene anche il recente Chez nous di Lucas Belvaux). Tali ruderi industriali suscitano negli studenti indignazione e una incertezza maggiore, ma la visita dentro questo mondo almeno aiuta Antoine a entrare nella realtà tangibile.

Roberto Baldassarre