L’amica geniale

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Noi c’eravamo

Fosse stato realizzato negli anni sessanta o settanta, L’amica geniale sarebbe stato considerato un autentico evento televisivo, uno di quegli sceneggiati che avrebbe calamitato davanti al piccolo schermo milioni e milioni di italiani. Ci pare dunque improprio, oltre che riduttivo, parlare di semplice serie televisiva anche nell’anno di grazia 2018: della vecchia e cara televisione di una volta, L’amica geniale ha mantenuto non solamente un’impostazione narrativa capace di prendersi tutti i suoi tempi, ma soprattutto la necessità di approfondire tutti i personaggi che la compongono, nessuno escluso, con insolita sensibilità. Fare paragoni con Luigi Comencini – chi ricorda quella pietra miliare che fu il suo Pinocchio televisivo? – o Daniele D’Anza, autore di epocali sceneggiati negli anni di riferimento, parrebbe dunque tutt’altro che pratica velleitaria. Anche perché L’amica geniale sembra davvero un oggetto televisivo fuori dal tempo, in tutto e per tutto assimilabile al rione della periferia napoletana che funge da principale contesto della storia nella prima stagione. E, a proposito di storia, viene il dubbio se usare la minuscola oppure la maiuscola; poiché sia il parto letterario di Elena Ferrante, da cui ha origine il prodotto televisivo, che la regia dello stesso curata nei minimi dettagli dalla bravura di Saverio Costanzo, hanno sì l’accortezza di mettere in primo piano l’amicizia al femminile tra la due protagoniste Elena Greco e Lila Cerullo, senza però tralasciare uno sfondo storico-sociale davvero sfaccettato e realistico in un’Italia del Sud da pochi anni uscita dalle dolenti ferite della Seconda Guerra Mondiale.
Accompagnato dalla voce narrante di un’Elena Greco ormai adulta – appartenente ad Alba Rohrwacher – nonché probabile alter ego della stessa Ferrante, la quale ha collaborato anche alla sceneggiatura della serie, lo spettatore scivola in maniera spontanea, quasi senza accorgersene, tra le metaforiche braccia di un’empatia che lo accomuna alle vicende umane delle due protagoniste. Attraverso l’evolversi di un rapporto umano che si stabilisce tra loro per vie compensative, nel senso che esse si completano a vicenda: più acuta e brillante Lila, più metodica e riflessiva Elena. La descrizione della loro infanzia, compresa la nascita dell’amicizia che le legherà per sempre, possiede quella ispirata magia di tocco che rese enorme il cinema di François Truffaut: la capacità di andare oltre uno sguardo complice per raggiungere la completezza di un’emozione quasi tattile. Basterebbe il momento narrativo delle due bambine in cammino verso quel mare mai visto prima di allora a rendere pura poesia per immagini l'”attimo fuggente” raccontato nel frangente stesso da L’amica geniale. In cui non si lesina, nemmeno per un istante, sul dolore morale che ogni crescita comporta. Elena e Lila sbocciano fisicamente e parallelamente prendono coscienza della situazione all’interno del loro quartiere. E qui entra in gioco, con maggiore evidenza, il parallelismo velato tra le due giovani protagoniste e l’Italia intera: quella parte femminile in continua e feroce lotta nei confronti di un’emancipazione illusoriamente vicina ma che in realtà rimane lontana al pari di un miraggio recondito (da parte di Lila) e la bellezza del nostro paese, raffigurata da Elena, molestata dall’infido Donato Sarratore nel finale di una puntata della serie, capace di ergersi a simbolo di un intero paese perseguitato da una classe borghese e intellettuale inetta e foriera solo di egoismi quando non guidata, come in questo caso, dai suoi insopprimibili bassi istinti.
Nel momento in cui, insomma, il sottotesto più o meno occulto coincide alla perfezione con lo schema basilare del racconto, abbiamo i risultati eclatanti ottenti da L’amica geniale. Una serie – ricordiamo coprodotta anche dalla rete statunitense HBO – capace di guardare ben oltre il proprio ombelico di riferimento per farsi racconto universale prima di crescita, poi di difficili scelte da compiere nella vita. Dove ci sarà un seguito che tutti siamo ansiosi di conoscere, anche tra coloro che hanno letto i quattro romanzi di Elena Ferrante che compongono il corpus vitale dell’opera: perché L’amica geniale, al di là delle proprie qualità intrinseche a cominciare da un cast ottimamente in parte, è una delle pochissime opere audiovisive italiane in grado di dialogare con se stessa in modo appassionante e al contempo aprirsi alla libera lettura altrui. Fatto quest’ultimo che non accadeva, almeno in tali termini, da diverso tempo in Italia, sia sul grande che, a maggior ragione, sul piccolo schermo.

Daniele De Angelis