La vita in comune

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7.0 Awesome
  • voto 7

Ritratto fiabesco di chi vive nell’oblio

«Disperata, il paese dove la tragedia può diventare solo commedia» si legge nel sottotitolo nella locandina de La vita in comune, l’ultimo lavoro di Edoardo Winspeare. I primi fotogrammi iniziano a prender per mano lo spettatore, catapultandolo nella realtà della Puglia e soprattutto di quei paesi caduti nell’oblio. Ci troviamo nella zona più a Sud della Regione (è stato girato tra Tiggiano, Corsano, Gagliano del Capo, Salve), la lingua così come la cadenza aiutano molto a identificare il posto. Uno dei pregi di questo film e complessivamente della cinematografia di Winspeare – ancor più di opera in opera – è la capacità di rendere il piccolo “caso” anche metafora di tanti luoghi e vicende ad essi assimilabili. «Le periferie d’Italia sono molto interessanti» e lui punta proprio l’occhio di bue su coloro che abitano quei luoghi presentandoci due personaggi, i fratelli Angiolino (Antonio Carluccio) e Pati “Rrunza” (Claudio Giangreco) imbranati nel vestire i panni dei delinquenti sognando di diventare i boss del Capo di Leuca. Poco dopo ritroviamo il secondo in carcere, un posto che realisticamente gli cambia la vita per l’incontro con Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo), sindaco del paese, lì nei panni di docente. L’uomo sembra riuscire a (soprav)vivere a uno stato di malinconia e inadeguatezza (tanto più a causa della carica politica che ricopre e della situazione in cui versa Disperata) grazie alla poesia ed è proprio questo che riesce a trasmettere ai detenuti e, in particolare, a Pati. Ci si affeziona sin da subito a quest’ultimo, alla genuina emotività che emerge man mano che egli stesso scopre un talento e un fascino per la scrittura creativa. Parallelamente, il fratello cerca, invece, di far “da padre” al nipote, svezzandolo nelle cosiddette cose da grandi, insegnandogli anche la regola che «o spari o ti sparano». Qualcosa, però, sta per mutare anche per loro.
Il regista di Galantuomini inserisce due elementi “salvifici”: da un lato l’Arte, dall’altro la religione attraverso la figura di Papa Francesco (con riferimenti a parole e atteggiamenti verificatisi durante il suo operato), il quale riesce a guidare delle scelte di Angiolino. Entrambe portano a un minimo comune denominatore: la bellezza del creato. È proprio in virtù di questo che il sindaco proverà a battersi per le proprie idee, viste da alcuni consiglieri aliene, supportato dai due ex banditi e da Eufemia Protopapo (Celeste Casciaro) moglie di Pati e donna combattiva e orgogliosa, pronta alla dialettica anche col sindaco. La vita in comune viaggia sulla linea del favolistico senza mai dimenticare lo sguardo radicato in una realtà a cui riconferisce dignità e spessore . «Questo lavoro è figlio di In grazia di Dio», ha dichiarato il regista, «che era più drammatico, qui c’è più leggerezza». L’obiettivo della macchina da presa esprime la conquistata consapevolezza dei nostri protagonisti anche attraverso l’ampliamento dell’orizzonte – sia fisico (tuffandosi nella costa e nelle campagne tra gli ulivi) che ideale. «È come se il pensiero con le ali» prendesse corpo pure fotograficamente parlando, suggerendo il desiderio di prendere il volo provato in primis da «due fratelli che si proteggono dai venti forti della vita e aspettano l’alba».
Dopo esser stato presentato in “Orizzonti” alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, La vita in comune è nelle nostre sale distribuito da Altre Storie. «Io ai miracoli ci credo» e Winspeare e il suo cast ci fa credere.

Maria Lucia Tangorra