La Torre Nera

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6.0 Awesome
  • voto 6

Ottanta nostalgia

Avrebbe mai visto la luce uno dei progetti hollywodiani più a lungo rimasticati dell’ultimo decennio come la trasposizione de La Torre Nera senza il prepotente ritorno in auge di un “modus operandi” tipicamente anni ottanta dovuto (anche) al successo della serie televisiva Stranger Things? Risposta di facile interpretazione: molto probabilmente no. Ma attenzione, perché questo racconto ispirato ad un ciclo di romanzi del “Re del Maine” (ben otto!) e condensato in un film della durata di appena un’ora e mezza abbondante (lunghi crediti compresi) è la dimostrazione palese che non è sufficiente affrontare dimensioni parallele, contaminare generi differenti e privilegiare un punto di vista adolescenziale ritratto in tutta la sua fervida immaginazione – che risulterà poi reale nella finzione, ovviamente – per ottenere un risultato brillante. E infatti il problema principale che affligge La Torre Nera risiede proprio nella sensazione di déjà vu che lascia un immaginario tanto stantio da risultare assolutamente incapace di imporsi come originale allo sguardo, ormai rotto ad ogni esperienza visiva, spettatoriale.
Molto rispettoso dell’origine letteraria nella prima parte, allorquando il film indugia in modo assai gradevole nella descrizione tipicamente kinghiana del mondo minacciosamente fantastico in cui vive il giovanissimo Jake Chambers (bravo e intenso il suo interprete Tom Taylor), il film diretto dal danese Nikolaj Arcel – suo l’ottimo Royal Affair, datato 2012 – inizia a perdere colpi non appena viene introdotta nella narrazione la dimensione parallela del Medio-Mondo, dai quali equilibri dipendono anche le sorti della realtà che conosciamo. Un universo a se stante che si sarebbe supposto iconograficamente sontuoso e ricco di personaggi variegati, si rivela alla prova dei fatti rimaneggiato e monocorde, con un aspetto dark che non impressiona affatto e sconfinamenti nel western tanto annunciati in pompa magna da lasciare il tempo che trovano. Arcel, purtroppo, non è riuscito ad imporre una visione personale da regista “alieno” a Hollywood dell’opera kinghiana, limitandosi ad affidare il presunto buon esito dell’operazione alle capaci spalle di Matthew McConaughey – il quale, nella parte del cattivissimo con nonchalance “Uomo in nero”, abbandona con successo i ruoli positivi in cui era stato coinvolto ultimamente – e di un carismatico Idris Elba, ultimo “Pistolero” deputato alla preservazione della Torre Nera del titolo, estremo baluardo per evitare il trionfo del Regno delle Tenebre. Il fatto che egli sia poi di colore e in lotta contro un bianco di rara perfidia per i destini del mondo appare nel film più una casualità che una scelta “politicamente” voluta, come invece traspariva dai romanzi.
Se ci passate il paradosso la versione cinematografica de La Torre Nera, ad eccezione di un epilogo che parrebbe a carattere conclusivo, sembra più il pilota di una serie televisiva in attesa di approfondimenti che un film davvero compiuto. Ulteriore testimonianza di una scarto che si è venuto di recente a creare tra televisione con ambizioni alte e cinema pigramente adagiato su spettacoli di routine. Davvero, ne La Torre Nera, si avverte lancinante la mancanza di un sottotesto di qualsiasi tipologia e spessore, in grado di andare oltre la decifrazione di una pura immagine che alla lunga non può che risultare ripetitiva e perciò prevedibile. Un prodotto di livello assolutamente medio – tendente al mediocre – che finisce con il rivalutare, sempre in tema di dimensioni parallele, il recente e sin troppo bistrattato Tomorrowland – Il mondo di domani (2015) di Brad Bird, che almeno riusciva nell’impresa di riempire gli occhi dello spettatore di innocente meraviglia. Cosa che proprio non riesce a fare La Torre Nera, sorta di fantasy quasi del tutto privo della sua peculiarità principale: appunto la fantasia.
Decisamente non una cosa positiva per un lungometraggio che, fosse stato veramente concepito negli anni ottanta, avrebbe avuto ben altre capacità “pedagogiche”, oltre che di puro e ipnotico incanto formale.

Daniele De Angelis