La Terra dell’Abbastanza

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Cane mangia cane

Negli ultimi anni si è parlato, spesso e volentieri, di un’irrimediabile crisi in cui versa il cinema nostrano. Tante, troppe, infatti, sono le pellicole di scarsa qualità artistica prodotte da importanti major, oltre che dalla stessa Rai Cinema. Eppure, se, da un lato, è vero che tendenzialmente si dà fin troppo spazio in palinsesto a un certo tipo di cinema, dall’altro pare che (finalmente!) ci si stia rendendo conto che il pubblico chiede anche altro. E, di fatto – al di là delle difficoltà produttive che ogni opera incontra, al di là della fatica necessaria a trovare una propria distribuzione – di nomi da tenere d’occhio all’interno del panorama cinematografico di casa nostra ce n’è eccome. E non sono nemmeno pochi. Se, infatti, negli anni scorsi abbiamo avuto modo di apprezzare le opere di cineasti come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, così come dei meno noti Emanuele Crialese, Michelangelo Frammartino, Luca Ferri o dell’animatore Simone Massi (giusto per fare alcuni esempi), volendoci concentrare soltanto su quando abbiamo visto nel 2018, ecco che ci rendiamo conto che di prodotti interessanti – e di firme promettenti – ce n’è più di quanto inizialmente possa sembrare. Recente, infatti, è il successo alla 71° edizione del Festival di Cannes di Alice Rohrwacher con il suo Lazzaro Felice, così come di Matteo Garrone con Dogman, per non parlare di quanto presentato dall’Italia alla 68° Berlinale, ossia Figlia mia – opera seconda della giovane Laura Bispuri – e, non per ultimo, La Terra dell’Abbastaza (presentato nella sezione Panorama), primo lungometraggio dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo. Ed è proprio su questo ultimo titolo che vogliamo concentrarci: storia cruda e dolorosa, cinica, ma incredibilmente umana di due amici d’infanzia che ben presto dovranno rapportarsi al duro mondo che li circonda. Loro sono Mirko e Manolo, amici fin dalle scuole elementari, entrambi prossimi a conseguire il diploma alberghiero. Le loro vite, tuttavia, cambieranno radicalmente la notte in cui investiranno e uccideranno con la macchina un pericoloso boss di quartiere. Venuto a conoscenza dei fatti, il padre di Manolo cercherà di accattivarsi le simpatie dei boss della fazione rivale, in modo da trovare diverse occupazioni per i due ragazzi e di diventare, di conseguenza, finalmente ricchi.
Due anime innocenti, una situazione troppo grande da gestire. Un mondo in cui il pesce più grosso mangia il più piccolo, senza alcuna pietà. E, a ben guardare, i due giovani protagonisti sembrano del tutto estranei, quasi come se non si sentissero a loro agio in quel mondo dove pare ci sia posto per tutto tranne che per un briciolo di umanità. A rendere al meglio i loro personaggi, i giovani Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano, attori esordienti che – come buona tradizione neorealista insegna – grazie al loro essere magnificamente veri riescono a dar vita a due protagonisti che fin da subito entrano in sintonia con lo spettatore. Ed è proprio al Neorealismo – e al caro, vecchio pedinamento zavattiniano – che si sono rifatti i due registi: l’uso di location reali (la più desolata periferia romana), così come di attori non professionisti (almeno per quanto riguarda i due ragazzi) e, non per ultimo, il voler catturare storie di persone che vivono, spesso e volentieri, ai limiti dell’indigenza e che, quasi costretti da necessità, altra alternativa non hanno che quella di darsi al crimine, sono i veri punti di forza di un lungometraggio come La Terra dell’Abbastanza, il quale, a sua volta, ha ufficialmente sancito la nascita di due promettenti registi del nostro Bel Paese.
Se, dunque, ripensiamo a tutti gli interessanti titoli italiani che negli ultimi mesi hanno fatto capolino sul grande schermo, possiamo notare come, tendenzialmente, si cerchi di tornare a raccontare uno spaccato di società spesso ai margini, spesso nascosta agli occhi dei più, ma che rappresenta in ogni caso un importante tassello di ciò che è l’Italia oggi. Proprio come si faceva nell’immediato dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi. Che sia, questa, la chiave giusta per far sì che il nostro cinema spicchi nuovamente il volo? Ce lo auguriamo. Eppure, solo il tempo potrà dircelo.

Marina Pavido