La storia dell’amore

0
5.5 Awesome
  • voto 5.5

Scripta volant

Talvolta, abbinando titolo del film al regista che lo ha diretto, è possibile farsi un’idea concreta su cosa sarà lecito attendersi dalla visione. Nel caso de La storia dell’amore di Radu Mihaileanu diviene esercizio quasi sofistico osservare le due ore (sovra)abbondanti di durata del lungometraggio, una volta appurate le caratteristiche del simpatico autore di origine rumena ma francese d’adozione. Il quale, come suo solito da un po’ di anni a questa parte, preferisce decisamente lavorare di addizione fuori controllo sul materiale narrativo piuttosto che limitarsi ad una pacata opera di esposizione dello stesso. Chi ama il cinema popolare e turgido di eventi non rimarrà deluso da La storia dell’amore; il problema è che tre piani temporali differenti, una slavina di eventi luttuosi a partire dai fatti della Seconda Guerra Mondiale vissuti in Polonia, romanzi letterari la cui paternità cambia in modi assolutamente sconcertanti, un amico immaginario in realtà perito troppo giovane, un presente più o meno contemporaneo nel quale è sottolineata in modo sin troppo evidente l’afasia sentimentale giovanile nonché la solitudine della terza età risulterebbero ingredienti davvero eccessivi anche per uno chef cinematografico dal talento superiore a quello del buon Mihaileanu. Il quale senz’altro ambisce – niente di male in ciò – ad affermarsi, da regista/sceneggiatore, come novello affabulatore pop alla Jean-Pierre Jeunet dei bei tempi andati, senza però possederne la visionarietà registica e l’eleganza di scrittura.
La storia dell’amore – e ci risiamo con il romanticismo a cascata, dopo il tutt’altro che eccelso La sorgente dell’amore, penultima fatica del nostro datata 2011 – non cela affatto le sue ambizioni di sorta nella pretesa di raccontare il sentimento più alto attraverso una Settima Arte in grado di farsi veicolo della parola scritta. L’amore tra Alma e Leo, nato adolescenziale – vabbè, il film abusa della credulità dello spettatore: la trentunenne Gemma Arterton ragazzina non è più da tempo… – viene immortalato dal romanzo scritto da Leo e affidato, non se ne comprende bene il motivo a seguito dell’occupazione nazista, allo pseudo amico Zvi, il quale se ne approprierà una volta fuggito in Cile. Alma, come detto interpretata da una Gemma Arterton sempre bellissima e in perenne modalità “salice piangente”, si rifugia a New York, dove Leo la raggiunge dopo anni di sacrifici. Trovandola ovviamente sposata con prole ma con un figlio biologicamente suo. Siamo solo agli inizi perché altre vicissitudini seguiranno, servite da uno script pieno di falle che alla fine, per far tornare i conti, incrocia piuttosto meccanicamente i destini dei vari personaggi, incastonandoli in dialoghi – la parola conta! – indefessamente ben al di là del lezioso. Assistere alle performance recitative di due vecchi leoni come l’altrove ottimo Derek Jacobi, per l’occasione costretto dalle caratteristiche del personaggio ad una recitazione sopra le righe e spesso caricaturale, ed il redivivo Elliott Gould di altmaniana memoria lascia in chi guarda una dolorosa nostalgia per un passato irreplicabile. Mentre, impietosamente, Mihaileanu aggiunge, soprattutto nella seconda parte, scena madre a scena madre, in una coazione a ripetere che, invece di commuovere come nelle intenzioni del regista, sfinisce lo spettatore a mo’ di pugile rintronato in attesa del gong finale.
Qualcuno obietterà che la vita e questa, fatta di molte sofferenze e poche gioie. Saremmo tentati di ribattere che è il buon cinema ad essere un’altra cosa, in primis quello dello stesso Mihaileanu del quale apprezzammo parecchio, molto tempo fa, la secchezza inappellabile con la quale chiudeva il fintamente gioioso Train de vie (1998). Ora quest’apoteosi di manierismo non è altro che il simbolo di come il cambiamento delle cose, con lo scorrere inesorabile del tempo, volge quasi sempre verso il peggio. Rimane solamente da salvare il salvabile (poco: giusto qualche momento cinematografico di buon respiro) di questo bulimico e programmatico La storia dell’amore. La nostra preferenza dunque, lo si sarà intuito, va di gran lunga all’amore sussurrato, rispetto a quello urlato a squarciagola di questo film sbalestrato.

Daniele De Angelis