La profezia dell’armadillo

0
6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Un altro mondo NON è possibile

I trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli esquimesi. Adesso c’è l’adolescenza, la post-adolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come il posto fisso.
Zerocalcare

Riuscirà il film ispirato al best seller di Zerocalcare ad imporsi, almeno in parte, quale manifesto generazionale? Perché sbilanciarsi: ai poster nelle camerette l’ardua sentenza. Da parte nostra ci limitiamo ad osservare come il lungometraggio d’esordio di Emanuele Scaringi, presentato alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in uscita ore nelle sale, si ponga quale crocevia tra tensioni ideali rappresentative del periodo storico che stiamo affrontando e piccole ingenuità realizzative che ne limitano un po’ la riuscita, la possibilità stessa di mettere in scena un immaginario condiviso.
I ben informati sapranno già che Michele Rech alias Zerocalcare, dopo aver dato il suo assenso alla trasposizione cinematografica e aver partecipato a una fase di (ri)scrittura dell’opera portata avanti con Oscar Glioti, Valerio Mastandrea e Johnny Palomba (sull’eventualità che gli ultimi due abbiano arricchito situazioni e dialoghi di venature ironiche alquanto amarognole, ben pochi dubbi), ha lasciato che l’operazione prendesse autonomamente la sua strada, negandosi a partire proprio da Venezia per tutto ciò che concerne diffusione, promozione, eventi pubblici. Una scelta agorafobica alla Tiziano Sclavi, che troviamo anche condivisibile. Più interessante è per noi riflettere sulla misura in cui l’estetica del fumetto sia potuta filtrare, in un lavoro cinematografico che si propone di esprimere tanto gli orizzonti di una certa controcultura e di quella militanza frustrata dopo i fatti di Genova 2001 da un clima di crescente disillusione, nichilismo e distacco, tanto il modo così peculiare di fruirne, ricollegabile al tratto, al colore, alla filosofia di vita dei personaggi bidimensionali di Zerocalcare. Sebbene in modo un po’ meccanico, le sequenze iniziali de La profezia dell’armadillo introducono discretamente, con un’animazione rudimentale ma efficace, il passaggio dalle tavole del fumetto al mondo in movimento del cinema live action, ovvero al caotico ambiente della capitale così come viene percepito dai protagonisti: una Roma stralunata, in bilico tra l’incubo delle apericene in Centro e una periferia quasi uterina, che nella mestizia della Tiburtina sembra assorbire e a tratti mitigare le paturnie di Zero e Secco, amici allo sbando in un’età (e in una vita) che non si sentono addosso.

L’atmosfera quindi c’è. E nel parafrasare sullo schermo l’universo fumettistico il vero tocco di classe è stato, almeno secondo noi, l’aver affidato la surreale presenza dell’armadillo non a una banale soluzione cartoonistica o in computer grafica, bensì a un sardonico Valerio Aprea opportunamente camuffato. Davvero notevole la sua verve cinica e graffiante, grottesco quanto basta il travestimento. Anche l’alter ego dell’autore, Zero, grazie all’interpretazione nervosa di un Simone Liberati molto aderente al personaggio finisce per suscitare il giusto grado di empatia.
Dov’è allora che La profezia dell’armadillo mostra crepe, cedimenti, fallendo in parte la sua missione di dolente, caustico ritratto generazionale? Per quanto il debuttante alla regia Emanuele Scaringi, grossa esperienza in altri ruoli alla Fandango, abbia mostrato discreta padronanza del mezzo, l’impronta narrativa del film appare nel complesso un po’ troppo episodica, scollegata e priva di incisività, almeno in certi frangenti. Visto poi che uno dei temi fondamentali del racconto è l’elaborazione del lutto, con la scomparsa improvvisa della francesina Camille (platonico amore adolescenziale di Zero) a rendere più grigio il presente, aprendo agrodolci finestre temporali sul passato della scombiccherata comitiva di amici, sono proprio i flashback con loro bambini a convincere (e coinvolgere) poco. Un po’ per la sovrabbondanza di cliché da stagionato racconto di formazione, un po’ per la comunicatività abbastanza incerta e bloccata dei giovanissimi interpreti. Da cui l’impressione che lo stesso Scaringi si sia trovato maggiormente a suo agio, sul set, al momento di dirigere attori adulti, di comprovata esperienza e personalità, quali sono coloro che abbiamo già menzionato o anche Laura Morante, Gianluca Gobbi, Claudia Pandolfi, Kasia Smutniak. Per non parlare poi delle sorprendenti interpretazioni di acclamati personaggi sportivi come Adriano Panatta, coinvolto in una memorabile metafora tennistica, o l’ex romanista Vincent Candela. Non a caso la narrazione riacquista vigore proprio in occasione della commemorazione funebre di Camille; un climax, questo, dalle indubbie risonanze emotive, in quanto corredato di quel senso di lacerazione e di spaesamento generazionale alla Trainspotting che costituisce una delle tracce più interessanti, tra le possibili chiavi di lettura del film, ma che però non decolla mai pienamente.
Insomma, se da un lato si percepisce la spinta ad emulare in ambiente capitolino il mito di Trainspotting e dall’altro il voler restituire al suo pubblico la poetica di Zerocalcare, innestandovi magari i presupposti di un cult movie generazionale quale era stato negli anni ’90 il ben più incisivo Tutti giù per terra di Davide Ferrario, la resa filmica dell’operazione non appare sempre all’altezza delle aspettative. Ciò che si afferma, in questo continuo alternarsi di parentesi narrative oltremodo fiacche e di confronti tra i protagonisti imbevuti invece del giusto disincanto e cinismo, è comunque la sensazione di una grande occasione sfruttata soltanto a metà; il che, paradossalmente, può ricordarci la difficoltà di andare oltre la logica scintillante ma effimera del post-moderno qualora si voglia affrescare, anche in forma umoristica, autoironica, il disagio di una generazione la cui stessa percezione della realtà appare frammentaria, confusa, priva com’è di riferimenti ideologici stabili e di obiettivi chiari all’orizzonte.

Stefano Coccia